Un banale lunedì d’insulti post vendita

Ore 15.30

Un mio venditore mi chiede di chiamare un suo cliente e dargli delle spiegazioni più tecniche di quanto sia in grado di fare lui.

Che tradotto per i meno esperti delle nevrosi commerciali altro non significa che ha venduto qualcosa ma l’ha venduta male.

A volte il post vendita è chiamato a sistemare qualche mancanza della forza vendita.

Ovviamente, il post vendita risulta tre volte più difficile da gestire del pre perché inizia con una forte delusione non con un bisogno e a torto o a ragione, da lì si deve partire.

Ed è inutile ascoltare solo la versione del tuo venditore che ti dirà che tanto non ha fatto nulla di strano, che tanto non ha detto nulla di falso e che tanto quel cliente è solo matto.

Fosse anche solo matto, è comunque una scheggia impazzita, una mina vagante sopra la quale potranno camminare altri ipotetici clienti, pronti a saltare in aria da un minuto con l’altro, quindi va disinnescata il prima possibile.

Prendo il telefono e chiamo sapendo già che non sarà un dialogo amichevole.

Pronto? Il signor Rossi? Buongiorno sono Elena Massetti, Foster Italia.

A seguire 4′ e 26″ di urla del cliente finale, io sempre zitta.

Poi, forse ormai senza forze e senza voce, si quieta.

“Ha finito?” dico io.

“Sì mi scusi è che mia moglie mi tira matto”

“Capisco, allora adesso possiamo fissare un incontro in modo tale che io possa venirla a trovare e chiarire al meglio la situazione?”

“No, non si disturbi guardi, non ce n’è bisogno, mi scuso ancora per il mio tono offensivo e grazie mille per la telefonata”

Click.

Il post vendita quando implica un problema è la parte del mio lavoro che mi piace di più e mi regala emozioni inimmaginabili,

è incredibile come molti si accontentino solo del fatto che qualcuno “dall’alto” li chiami, li faccia sentire unici, li ascolti e li lasci sfogare.

E non posso neppure fregiarmi della mia innegabile ars dialettica, della strepitosa strategia Pnl ++-++ perché davvero, non ho quasi proferito parola, potevo benissimo anche essere una figurante presa dalla strada o la fidanzata del venditore, che pensate sarebbe cambiato qualcosa? Per me no.

Con questo semplice esempio vi dico che io non ritengo affatto che lo scavalcare un collega sia svilire il collega stesso, soprattutto se si parte dall’intento collettivo di chiudere bene una vendita, portare a casa i soldi e non adire per vie legali.

Ecco perché un’azienda deve investire tutte le risorse che ha a disposizione per sistemare l’errore di uno prima di chiudere male un rapporto.

Ed ecco perché giudico degli emeriti idioti quei venditori che non passino i clienti scontenti ai loro superiori, quelli che preferiscono lasciare mine innescate ovunque piuttosto che ammettere di aver bisogno d’aiuto: l’orgoglio mi fai il santo piacere di usarlo nella tua vita privata, non nella mia azienda.

Come giudico pazzi kamikaze quei responsabili che si accontentino solo della versione ufficiale dei propri cadetti senza sbattersi a capire se si possa o meno recuperare sia soldi che clienti in qualunque modo.

Quante cause legali, mancati pagamenti e pratiche passate al recupero credito avreste potuto evitare beccandovi pure voi 4′ e 26″ di imprecazioni?

E non ne vale la pena?

La maleducazione dei “Messaggeri”

Sono una delle poche voci fuori dal coro, in tantissime discussioni, anche qui su Linkedin.

Io non ritengo un esempio di educazione rispondere a qualsiasi testo ricevuto, che sia in email o sui vari Messenger.

Io parto da un altro concetto: se non abbiamo prima instaurato un solido rapporto lavorativo, una relazione che vada oltre il Lei o non ci siamo mai incontrati di persona, io non mi sento obbligata a risponderti. Punto.

Veniamo a degli esempi concreti:

Email

Tu sei un venditore e mi mandi un’ email a freddo dove mi proponi di leggere X allegati del tuo prodotto: cestinato in 3 secondi se non mi interessa, nessuna risposta.

Spiegazione: ogni giorno un incompetente si alza e manda miriadi di email a sconosciuti pensando di vendere e offendendosi pure se il ricevente non lo degna di attenzione.

Soluzione: dovete cambiare lavoro e io vi aiuterò incoraggiando la vostra dipartita dal mondo del commerciale.

Whatsapp

Qui ammetto che molte volte mi ci stavo giocando il pancreas.

Se nell’esempio precedente, l’email a freddo con un testo generico e per lo più volto al maschile, tipo Egregio Direttore, mi urta ma vabbè, se mi inviano un Whatsapp a freddo, il fastidio si trasforma in ira.

Ma tanto eh, perché proprio non capisco come tu ti possa arrogare il diritto di procurarti per vie traverse il mio cellulare, di essertelo memorizzato e poi di aprire la schermata della chat e digitare un ” buongiorno, è interessato a sviluppare il mercato edilizia del Congo? Mi contatti subito a questo numero “.

Aspettate, non è finito.

Se leggi il messaggio e non rispondi perché impegnata a tirare anatemi in ogni lingua, quello ha pure il coraggio di mandarti “???”

Ora, facciamo a capirci.

Io arrivo dalla generazione della Bic, della gommapane e dello sbianchetto.

Io mi sono sporcata le mani e sbavato il foglio, nel vero senso della parola, essendo mancina.

Io mi sono costruita vent’anni di carriera sui “No, grazie” detti in faccia dai clienti.

Io ho camminato con una cartina in mano per città sconosciute e consumato almeno 300 paia di scarpe, guidato per 6000 km a settimana, preso aerei e treni, anche solo per un “Le farò sapere”.

Io ho venduto in lingua italiana, francese e inglese.

E tu credi che comprandoti uno smartphone e scaricando un software, tu possa ottenere gli stessi risultati?

Tu davvero credi che il venditore possa definirsi tale lavorando da remoto, da casa in pigiama mentre guardi Mattino in famiglia?

Poveretto, finirai pure tu nel tritacarne delle partita iva che sopravvivono con mille euro scarsi al mese che tanto valeva facessi lo sportellista alle Poste Italiane.

E che tu faccia parte di questa incomprensibile generazione di lettere digitate su un touchscreen, a me non interessa, tu sei vuoi vendere a me, se lo vuoi veramente eh, tu devi parlarmi, convincermi, persuadermi, sedurmi, altrimenti sciò, potrai avere il prodotto più appetibile sul mercato ma per me sei out.

E non sono tenuta AFFATTO a rispondere al tuo messaggio, ovunque tu decida di mandarmelo.

Una vendita inizia con un desiderio, un profumo, una risata, un’empatia, non con una conferma di avvenuta lettura.

Ricordatevi sempre ciò che Lecter diceva a Clarice ne “Il silenzio degli innocenti” per spiegarle come funzionasse il desiderio:

Hannibal Lecter: Prima regola Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio, di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé, qual è la sua natura. Che cosa fa quest’uomo che cerchi?

Clarice Starling: Uccide le donne.

Hannibal Lecter: No, questo è accidentale. Qul è la prima, la principale cosa che fa? Uccidendo che bisogni soddisfa?

Clarice Starling: Rabbia… Essere accettato socialmente… Frustazione sessuale signore…

Hannibal Lecter: No. Desidera. Questo è nella sua natura. E come cominciamo a desiderare Clarice? Cerchiamo fuori le cose da desiderare? Fai uno sforzo prima di rispondere.

Clarice Starling: No, solo che…

Hannibal Lecter: Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno, i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?

Ora chiedetevi: stamattina ho creato del desiderio nei miei clienti?

Se la risposta è no, fatevi due domande.

Il selezionatore Poirot

Mi scuso subito con gli addetti ai lavori per questo articolo, spero possiate comprendere che sto affrontando l’argomento da semplice spettatrice e che non mi balena minimamente nella testa il fatto di rubarvi il lavoro né tanto meno di passare per quella preparata in materia di assunzioni o profili psicologici.

Diciamo che voglio solo portare la mia testimonianza a riguardo.

Piacerebbe molto anche a me che quelli non esperti di vendita mostrassero la stessa mia ignoranza nel suddetto campo ma molte volte questa cortesia, non mi è ricambiata.

Amen, viviamo in un mondo di tuttologi e qui ci tocca stare.

Ieri ho partecipato ad un seminario dello psichiatra criminologo Massimo Picozzi e una parte di esso, era proprio dedicata a questo argomento.

Pensate, nonostante la percezione dica l’esatto contrario, i crimini violenti sono drasticamente crollati e molti profiler, scomparendo soprattutto la figura del serial killer, si sono dovuti trovare un ripiego per tirare a fine mese, Quantico incluso eh.

Ora, Picozzi ha tentato di chiedere alla platea quale potesse essere secondo noi un altro losco figuro che potesse ammazzare quanto e più di un serial killer escludendo i mass murderer, ma proprio non ci siamo arrivati.

Quando uno dalla sala ha detto le banche, c’è stato un mezzo ammiccamento da parte dello psichiatra ma non erano nemmeno quelle.

La risposta corretta è stata i crack finanziari.

Calisto Tanzi ha ucciso più di Donato Bilancia e Gianfranco Stevanin.

E qual è quella figura professionale che più si avvicina ad un profilo psicopatico? Il top manager.

Ora, facciamo una premessa.

Lo psicopatico nella sua etimologia, altro non è che una persona che non sa provare emozioni.

Pietà, amore, compassione se ne vogliamo citare 3 come esempi.

Lo psicopatico inoltre, ama torturare gli altri, si nutre del dolore altrui.

Quando questa figura non si dovrebbe assumere?

Quando questa sua psicopatologia sia talmente grave da non riuscire a porvi un freno: efficace e risoluto sì, manipolatore e cinico nì, perfido e torturatore no.

Facciamo questo esempio (in realtà l’ha fatto lui eh, io sono bionda, faccio già fatica con la tabellina del 9)

Un top manager medio percepisce circa 600 mila euro di compenso l’anno.

Un contratto tipo di un top manager prevede che in caso di allontanamento, gli si debbano versare almeno 3 annualità.

Se ne devi lincenziare uno quindi, non in grado di fermarsi perché in quella posizione sta assaporando tutto il gusto di essere dispotico, tirannico, senza remore o morale, assetato del sangue altrui più che del benessere aziendale, oltre alle cause sindacali che ti avrà sicuramente sollevato, ti toccherà sborsare quasi 2 milioni di euro e l’esempio è ancora riduttivo rispetto ai floridi stipendi che circolano nel top management.

Quindi i profiler hanno iniziato ad abbinare alla loro normale funzione di intercettatori di malviventi, quella di scopritori di talenti ma potenziali pazzi fustigatori, quelli che hanno successo forse proprio per questa loro indole fredda e calcolatrice.

Solo ieri ho capito davvero la funzione basilare di un bravo e scaltro recruiter, che non si basa solo sullo scegliere il meglio per l’azienda in quel preciso momento ma evitare poi che il danno superi di gran lunga l’investimento iniziale, sia economico che di risorse umane, anzi, soprattutto delle seconde.

Dai il potere in mano alla persona sbagliata e quello lo userà per distruggere gli altri.

Mi incenso il capo, ammetto la mia ignoranza e chiedo venia, molte volte ho creduto che il recruiter servisse solo ad una cernita iniziale, uno sfollapersone che disperdesse i meno qualificati e radunasse i più titolati, mai gli avevo attribuito questa funzione da ispettore Poirot ma visto i casi di suicidi legati a pessime gestioni da grandi professionisti, meglio riconoscere il valore e sperare che vengano scelti con i dovuti criteri, anche psicologici.

Infine Picozzi conclude con questa riflessione: tutti i direttori, i capi, i dirigenti hanno in loro un po’ di questa psicopatia.

Chi riesce ad emergere, spesso lo fa sulla pelle altrui, non disdegna un mors tua e un vita mea e gode più del potere acquisito che del denaro accumulato.

Diciamo che il piacere del dominio sia il primo campanello d’allarme.

Quanti di noi allora hanno avuto a che fare con un superiore psicopatico?

Con uno che solo per il piacere di dominarti, ti chiedeva di fare cose deplorevoli o non perdeva occasione per umiliarti?

Quanti sono stati licenziati da uno che in faccia aveva stampato un bel sorrisino?

Quanti invece si riconosco un po’ psicopatici ma si giustificano dicendo che sul lavoro sia corretto non lasciar spazio all’emozioni?

Se fossimo tutti ora selezionati da uno come Picozzi, verremmo ancora scelti?

Bah, chissà.

 

 

 

Facilitare l’acquisto, complicare la disdetta

Arrivo fresca fresca da una colica renale.

Ma benedetti geni del marketing, sifu del Seo, del Sem e di tutti gli acronomi di cui tanto vi forgiate, volete cortesemente provare almeno a rispettare uno dei sacri comandamenti impressi sulle due tavole di pietra consegnate al primo bottegaio sul monte Sinai?

Volete ricordarvi il mantra della vendita, anche online?

Ripetete dopo di me: l’acquisto va velocizzato, semplificato, reso di facile accesso ed epurato da qualsiasi fronzolo che potrebbe dilungare i tempi della vendita e di conseguenza, spegnere l’acquisto emozionale e far decidere di non concludere l’affare.

Decido di acquistare due biglietti per un convegno che si terrà oggi alle 18.00.

Odio le file, amo pagare le commissioni per evitare di farle e arrivare senza fretta.

Sulla locandina dell’evento campeggia in bella vista il tasto acquista online.

La prevendita è affidata a Vivaticket.

“Struco” il bottone e inizia la piaga.

Per acquistare Registrati.

No dai ragazzi, 4 pagine di campi da compilare, 6 acconsento o non acconsento, voglio iscrivermi alla newsletter, voglio ricevere promozioni da terzi, voglio essere invitato al compleanno di tuo cugino e alle nozze d’oro dei tuoi nonni.

E tutto questo prima di arrivare alla schermata del pagamento.

Ora, spiegatemi per favore ad una come me che ha la terza media, perché non si possa fare il contrario?

Perché poi l’internauta, portatosi a casa ormai il biglietto, non li compilerebbe?

E vabbè, ma chi se ne frega!

Sapete almeno quanto stiate rischiando grosso per ottenere quegli indirizzi e quei dati?

Tantissimo!

E solo perché io oggi volevo proprio andarci, ma pensate se il vostro acquirente avesse invece scelta di poter comprare da altri e non da voi, credete veramente che per portarsi a casa il vostro bene, si metta mezz’ora a cliccare maschio o femmina, dati fatturazione, captcha per robot e cazzate simili?

Ve li ha dati i soldi?

Bene, dopo il cash, semmai, espletate tutte le questioni burocratiche del caso, se vuole la fattura o la ricevuta, vedrete che sarà lui a continuare a digitare.

E se non fosse interessato alla vostra newsletter, fatevene una ragione, sarà un unico acquisto che comunque, gli avrete concesso in modo semplice e veloce e si ricorderà in modo positivo di voi e del vostro sito.

Diamine, smettetela con questa psicopatia dei followers, portate a casa il cash, il cash cribbio!

E ora vado al convegno con un retrogusto amaro, costretta ad essere abbonata ad una newsletter di cui non me ne frega niente ed ogni volta che leggerò Vivaticket, mi verrà un herpes labiale.

Bravi, davvero bravi.

Selezione del personale: chi seleziona i pessimi recruiters?

Se molti 50enni hanno smesso di cercare lavoro è anche a causa di ragazzini incamiciati e saccenti che gli si parano davanti con quel ceffo da “ringraziami se ti trovo un lavoro”.
E li capisco, chi non vuol più sentirsi inadatto e rifiutato.
Una decina di anni fa feci l’ultima intervista della mia vita proprio con una di queste: laureata in filosofia, ma ditemi voi, archeologa no?

Arrivo puntuale all’appuntamento ma mi lascia 30 minuti nell’ingresso, seduta tra uno che voleva consegnare il cv e un altro che doveva ritirare la busta paga.

Avrà avuto sì e no 25 anni e qualcuno doveva averle insegnato di controllare i miei movimenti: se accavalassi le gambe, se mi toccassi i capelli ripetutamente, se mi fossi mordicchiata il labbro, continuava a fissarmi e si rizzava sulla sedia al mio primo movimento scomposto.

Io avrei voluto dirle che mi muovevo per colpa di quella sedia scomodissima, ma la lasciai trastullarsi con la sua psicoanalisi spiccia da posta di Cioè .

Arriva e si presenta come Dottoressa mentre a me si rivolge con signora.

Risponde ripetutamente al cellulare mentre io, come giusto che sia, l’avevo silenziato.
Si cercava un responsabile commerciale e questa sapeva solo che:
L’ufficio era a Monza;
L’azienda era nel settore metalmeccanico;
Il Ral sarebbe stato commisurato alle effettive competenze ed esperienze, peccato che non mi chiese nulla di più specifico che da quanto lavora qui? Perché ha lasciato la vecchia azienda? Come si vede tra dieci anni?

E poi mi passò 3 fogli, circa 150 domande da crocettare, mentre lei andava a farsi un caffè con la collega parlando del week end al lago appena trascorso.
Io decisi dopo 40 minuti di quelle scartoffie da riempire dove mi veniva chiesto di compilare un test psicologico e di scegliere in una scatola tra 3 palline, la rossa, la bianca o la nera, di posare la biro, tirare su la testa e chiedere:
Dottoressa prima di continuare, potrei cortesemente conoscere l’inquadramento offerto?
Indignata, mortificata e stizzita per quella domanda, mi rispose : solo i candidati che passeranno la seconda selezione, sapranno il compenso offerto dall’azienda.
Bene signorina, faccia i miei migliori auguri ai fortunati finalisti, mi scusi ma io ora torno a lavorare.

Tu vuoi sapere tutto di me ed io non ho nemmeno la possibilità di sapere se ne varrà la pena? Non esiste.
Ora basta, va bene la crisi, l’offerta che supera la domanda ma l’obbligo di affidare le selezioni a persone formate e professionali è il primo monito per capire se l’azienda ricercatrice è una’azienda seria o la solita fuffa da turn over ai massimi livelli.

Non perdete tempo e giornate intere davanti a bambocci che si credono Dio in terra solo perché sanno che alla tua età,  il ricollocamento sarà molto difficile, non fatevi guardare come leoni allo zoo e trattare con sufficienza, il rispetto è alla base per qualsiasi rapporto lavorativo, anche quando lo si cerca e lo si offre.
E poi pretendete di conoscere subito il livello salariale, è un diritto anche vostro.

E a voi ragazzini freschi di titolo blasonato, ricordatevi sempre, che è un attimo nella vita ritrovarsi dall’altra parte della scrivania.

L’imperatore impostore

Una delle mie citazioni preferite in questi anni è stata quella di Marco Aurelio che fieramente sosteneva quanto segue: “Astenersi dall’imitazione è la miglior vendetta”.
Ora, forse l’avevo interpretata liberamente ma mi pareva volesse esortare le persone tradite, ingannate o prese in giro a non simulare lo stesso comportamento subìto invitandole a lasciar correre e a passare oltre; quel menefreghismo inatteso, quella mancata sete di vendetta avrebbe fatto sì che il lestofante si sentisse immediatamente poco importante e che per la vittima, la truffa altro non risultasse che una fantastica opportunità di percorrere nuove strade alternative e persino migliori fino a quel momento inesplorate.

Detto questo Marco scusa ma vaffanculo.
A questo punto devi averlo detto pochi giorni prima di morire senza vedere che a livello pratico, applicare questa grandiosa cazzata, non serviva ad una beata fava.
Scusa eh, ti porto un rispetto immenso ma fammi capire: io la prendo in quel posto e la persona che mi ha ciulato dovrebbe soffrire come un cane perché sono superiore e faccio spallucce, corretto no?

Ma dove? Ma quando? Ti giuro, non soffrono cazzo!

Per quel che ho visto io, se riescono, provano persino a ciularti la seconda volta, pensa un po’, ma di sofferenza, di tribulazione e di stracciarsi le vesta manco l’ombra.
Non so, forse sbaglio qualcosa, forse la traduzione di astenersi è sbagliata, forse hanno trascritto male il testo perché il papiro si era bagnato con l’umidità, forse era giusto astenersi ma sbagliato vendetta, chessò magari volevi dire che era meglio “astenersi dall’acquisizione è la migliore capretta” parlando degli ovini che tuo nonno voleva comprarsi al mercato, forse era “astenersi dall’alimentazione è la migliore vendetta” del tipo dimagrisco e vaffanculo, ti faccio vedere che fisichetto mi viene così diventi focomelico a forza di roderti i gomiti o perché no “abbuffarsi nell’androne è la miglior vendetta” magari rubandogli la spesa che Esselunga gli ha appena consegnato.
Dico così eh, perché davvero la tua pare una stronzata megagalattica.
Oppure negli anni 160 potevi fare il figo ed il superiore perché tanto venivano ammazzati tutti quelli che truffavano quindi a te, cosa te ne fregava, tempo due gg e non li incontravi più.

Davvero, dopo anni che applico la tua filosofia di vita, che ti ho preso ad esempio, che ho fatto la superiore, quella che mantiene il controllo e lascia scorrere con lo sguardo volto altrove, ora faccio un po’ io la filosofa e qui dichiaro che un calcio in culo ben assestato accompagnato da una bella e potente rivalsa male di sicuro non mi farà.
E se non ci rimarranno male, pazienza, ma almeno potrò dire di essermela spassata un po’ anche io.

Che a forza di fare i superiori, questi ti trattano un po’ troppo da inferiori.

Mal comune, mezzo gay

Allora, dal servizio di ieri sera delle Iene emerge che gli uomini che vanno a prostitute scelgano maggiormente i trans.
Inoltre, secondo le testimonianze raccolte, il cliente tipo è un professionista, sposato ed eterosessuale.
Mettiamoci pure che si premurano di chiedere prima le misure del loro fallo, prediligendo quelli più dotati e che la prestazione più gettonata sia la penetrazione anale, subita, ripeto, subita.
Ora, incrociando questi dati e tirando dei calcoli sommari, ogni giorno dei mariti esemplari vestiti di tutto punto, circa 14.000 uomini italiani, abbordano una “donna” al lato della strada e chiedono un servizietto.

Io ieri sera, mentre vedevo sfilare questi dati, mi chiedevo quante donne in quel preciso momento, si fossero girate verso il consorte pensando “meno male, fa il muratore!” Oppure “vuoi vedere che quel pelo nero grosso e ruvido che ho trovato ieri sul sedile della macchina, non era del cane?”
E questo destabilizza davvero, perché io arriverò da una mentalità retrograda e tradizionalista, ma non mi puoi giustificare ‘sta cosa con “sono eterocuriosi” come se stessi parlando del Delfino Dufour che assaggia una caramella gommosa eh.

E non è possibile che sia sempre il marito di qualcun’altra, lo zio della vicina o il pervertito conosciuto al bar sabato sera.

Vuoi che la statistica non sia un’opinione, se a 40 anni hai avuto almeno 3 partner, mi stai dicendo che nessuno dei miei 3 mai e che invece un’altra sfigata abbia colmato il mio gap e abbia totalizzato l’enplein 3 su 3?
Che sfigata oh.
Oppure dobbiamo mettercela via: almeno una volta nella vita abbiamo convissuto con qualcuno che ha chiesto ad un trans “ce l’hai bello grosso?”
E da donna vi devo dire che sia molto difficile digerirla. Passi una vita a stare in guardia da belle donne, giovani donne, milf agguerrite, tette rifatte, cosce tornite, labbra carnose e poi quello va a farsi…va beh avete capito.
Quindi non so come la prenderei, perché il tradimento con una mia simile ha magari delle minime giustificazioni di fondo a cui potrei semmai attingere, ma con Lucilla di 185 cm, voce da baritono, 45 di scarpe e due spalle da rugbysta, boh, sarebbe un ” colpo”sotto la cintola, un’entrata da dietro a “gamba” tesa, una invasione di campo con una parte del corpo…insomma questo non è Fairplay, questo è giocare sporco.
Capisco le signorine che minimizzano la cosa catalogandola come curiosità, però a questo punto mi domando..devono cambiare le mie paure come stanno cambiando le necessità degli uomini?
Esci pure con gli amici quanto ti pare ma stai lontano dagli oggetti affilati?

E se domani gli viene la curiosità per qualcosa d’altro?
Che so, l’ippica o costruisci il tuo galeone, che dovrò pensare?

E se qualche pezzetto della prua non si troverà più, dove sarà finito?

“Forse non lo sai ma pure questo è amore”

Ieri mattina bevendo un caffè, accendo la tv e in automatico si sintonizza sull’ultimo canale visto il giorno prima.
A volte accendo la tv solo per sentire svogliatamente qualche rumore in sottofondo, quindi non do troppa importanza al programma che sta passando.
Mi siedo sul divano e guardo il monitor, Orlando e Bruno si sposano.
Orlando quando aveva 13 anni, nella consueta tradizione del dopo guerra, fu prelevato da casa per essere accompagnato da una prostituta e dare il via alla sua iniziazione virile.
Orlando rifiuta e paga quel suo rifiuto a suon di botte e calci, tanto da dover essere ricoverato ed operato d’urgenza per un grosso trauma ai testicoli.
Faticosamente arriva ai 18 anni e durante la notte, scappa in Germania, solo e all’insaputa della sua famiglia; meglio solo in un paese straniero che obbligato a subire schiaffi e emarginazioni, persino dalla sua stessa famiglia.
Qui incontra un altro italiano, Bruno, i due si innamorano e iniziano un storia d’amore fantastica.
Un giorno Orlando riceve un telegramma dall’Italia in cui gli chiedono di rientrare frettolosamente perché sua madre è morta.
Bruno gli paga il biglietto aereo, i due si salutano con la promessa di rivedersi presto.
Appena varcata la porta di casa, gli viene incontro la madre, viva e vegeta, dietro di lei i carabinieri che prelevano Orlando e lo portano al servizio militare.
Passano due anni senza che Bruno e Orlando sappiano nulla uno dell’altro.
Bruno decide di mettersi il cuore in pace e inizia una relazione con una giovane donna tedesca, credendo che il suo amato Orlando ormai rimarrà solo un dolce ricordo del tempo passato.
” Per Orlando le botte me le prendevo volentieri, per un altro no, quindi ho preferito smettere di amare”.
Orlando terminati gli obblighi di leva, scappa un’altra volta e vaga per la città tedesca in cerca del suo Bruno.
Lo trova in un locale in compagnia di questa ragazza che appena lo vide entrare capiì subito che lui fosse quel ragazzo di cui Bruno parlava spesso.
Nasce una zuffa e Bruno viene bloccato dai tedeschi su ordine della ragazza e picchiato a sangue.
Lasciato a terra morente, viene raccolto da Orlando che lo cura per mesi, non lasciandolo mai più.
E quando ad Orlando diagnosticarono un tumore alla colonna vertebrale, Bruno lo aspettò fuori, in mezzo a tutti i “parenti alla lontana” degli altri, pregando che Orlando non si sentisse troppo solo od impaurito al suo risveglio.
I racconti si susseguono fino ad oggi, ora Bruno ha 75 anni e Orlando 70, 52 anni d’amore raccontato attraverso sentimento e botte, botte ovunque, da chiunque, per nulla, così, forse perché era giusto che fossero picchiati.
E mentre raccontano una vita, si abbracciano, si baciano e si tengono stretti per mano.
“Sei la mia vita” dice Bruno.
“Avevo questo sospetto” sgnignazza Orlando.
Oggi si sposano, per la prima volta.
Arriva il bouquet e Orlando scoppia in lacrime, non gli piace proprio: una composizione oggettivamente kitsch con ventaglio spagnoleggiante.
Non so quanto si possa caricare di aspettative un bouquet ma traspare la sua enorme delusione.
Bruno sale sulla macchina e corre dal fioraio.
Trova il negozio chiuso e comincia a chiedere a tutti dove possa trovare il fiorista, è un’urgenza davvero.
Lo rintraccia e fa preparare un altro bouquet, più bello e meno pacchiano, Orlando se lo merita davvero dopo tutte le botte che ha preso.
Arrivano in Chiesa con un solo parente dalla parte di Bruno, però c’erano tanti amici, tante persone che hanno voluto essere presenti per festeggiarli, loro, abituati a ricevere solo botte ed emarginazioni.
Io sarò diventata una romanticona, ma lasciatemelo dire, ho pianto.
Non piango mai ai matrimoni, ma per questo ho fatto un’eccezione.
Vi prego, guardatelo, questa puntata non altre.
Le altre trattano di generazioni di omosessuali più fortunate, senza ossa rotte e continui emarginazioni.
Ma se lo sono, così libere di amarsi, è grazie alla costanza e la tenacia di quelli come Bruno e Orlando che mai hanno tradito ciò che sono in nome della normalità.
Chissà invece quanti a differenza loro, si sono camuffati da bravi padri di famiglia reprimendo il loro essere per l’onta e la vergogna.
E soprattutto per la paura di essere isolati e rifiutati, comprensibilissimo dopo aver ascoltato questo racconto.
Io non so cosa voi pensiate a riguardo delle unioni civili, ma io non riesco davvero ad immaginare come si possano picchiare e torturare due individui solo perché si amano.
E se anche le botte ormai non si usano più, le parole fanno comunque male.
Pensate a questa storia prima di parlare.

Buonanotte Fiorellino

E il piazzale era avvolto da un silenzio rispettoso, il nostro, di noi in piedi fuori dalla chiesa gremita di gente che aveva avuto il tempo e la scaltrezza di arrivarci prima.
Eppure anche noi lì rimanevamo immobili, con la testa bassa e il fiato corto, sparsi come ciotoli tra i gradini e le piante intorno.
Cosa cambia tra l’assistere alla funzione accanto al prete o percepire solo una flebile eco delle sue parole?
Il rispetto e il dolore lo mostravamo comunque, anche a due passi da una gelateria affollata.
D’un tratto arrivarono dei ragazzini, le loro risate e le loro corse violentarono i nostri silenzi.
Attraversarono il piazzale nella nostra più totale incredulità, spingendosi e rincorrendosi come in una banale giornata qualunque, non mostrando il minimo interesse per ciò che stava accadendo, forse senza neppure accorgersi di noi, dei nostri cappotti neri e di ciò che stava accadendo a pochi passi da loro.
Tutti i presenti cominciarono a scambiarsi occhiate di rabbia, sguardi di disapprovazione carichi di disprezzo per quella sfacciata irruzione.
“Che qualcuno li faccia stare zitti ” sussurrò una accanto a me.
“Ah se fossi io il genitore, che lezione gli darei appena tornati a casa” replicò un’anziana poco distante.
Io invece rimasi fissa a guardarli, gli occhi pieni di lacrime, con l’angolo dell’occhio destro riuscivo ancora a scorgere il portone della chiesa e con esso, il lungo corridoio vuoto con una bara di legno chiaro in fondo, mentre con la vista centrale rimiravo la loro gioia, la più totale mancanza di rispetto a cui avevo mai assistito nei confronti della morte.
Però che belli che erano nella loro vitalità, così irriverenti e vivaci, così stonati in quei pochi metri che ci dividevano dal portone e dalla parole solenni di un’omelia.
Se da una parte qualcuno mi spiegava a parole che la morte non era la fine, loro mi insegnavano coi fatti a non temerla, a sfidarla.
E in mezzo a noi tutti la sottile linea che divide una vita da una non più vita: un corridoio vuoto ed una bara chiara.
Ma in fondo il rispetto non è solo una paura non dichiarata?
E come si può avere paura della morte a quella età, come si può chiedere di rispettare qualcosa che non si riesce s capire poiché si avverte come una cosa lontana anni luce da loro?
Forse non c’è da capire nulla, c’è solo da vivere ancora di più.
Decisi di chiudere gli occhi e respirare profondamente, uno di quei respiri che fai per caricarti di energia positiva, quando i polmoni ti si dilatano talmente tanto da farti quasi male ma tu continui a spingerli con forza perché sai che poi starai meglio.
La morte forse non ha bisogno del nostro rispetto, ha bisogno di vita che le respiri addosso, di anima che le salti e le danzi attorno, di voci che le urlino contro.
Al termine della funzione, il piazzale si svuotò velocemente di tutte quelle figure nere e tristi che lo avevano riempito e ritornò ad essere ancora una volta colorato e rumoroso, come in una banale giornata di fine inverno qualunque, quando le giornate si allungano, quando tutto parrà più luminoso e vivo.