L’errore più bello che abbia mai fatto: scrivere quel post su Linkedin

Or dunque ragazzi, Eureka, ci siamo arrivati, mettetevi seduti e leggete con attenzione.

Non vi tedierò con la mia presentazione perché non dovete assolutamente perdere neppure un secondo soffermandovi su di me, questa cosa che è venuta fuori è realmente FENOMENALE.

Uso l’aggettivo fenomenale perché qui per me siamo davvero davanti ad una svolta, restiamo uniti che riusciamo ad uscire dal tunnel del profilo utente ingessato.

Piccola prefazione prima di leggere l’analisi…

Ho assistito per mesi a profili tirati a lustro e patinati, fatto zapping tra master, corsi, specializzazioni, dodici lingue parlate con naturalezza, cravatte regimental allacciate strette e pose talmente stucchevoli da fare sentire me come la sguattera della peggiore bettola di periferia.

Ad un certo punto, tra un link di alta Finanza condiviso e snocciolato come fosse il derby Milan- Inter con gli equilibri persi di Bonucci e un sermone su come investire i tuoi soldi in Ciad con un piccolo capitale di partenza di soli 100 mila euro, pensa te che fortuna oh, vi voglio confessare che la voglia di togliermi da Linkedin mi è venuta.

Poi boh, un amico la chiama Serendipity, quella cosa che fai e per caso si trasforma in altro, in qualcosa di veramente bello e una mattina, mi è venuto quel post, un po’ magari pungente ma realmente basata su ciò a cui stavo assistendo da mesi.

E booom, scoppia un putiferio: pare che ad alcuni io abbia ucciso il coniglietto nano e ad altri aperto un mondo.

Smetto di perdere tempo e passo all’analisi, metto i dati sotto forma di percentuale ma per darvi un’idea, tra bacheca e messaggi siamo ad un valore compreso del +100 al -500 di testimonianze raccolte.

 

ANALISI DEI CAMPIONI ESTRATTI

Il 78% sono dipendenti, lo sono stati, sono in cerca di lavoro da dipendenti.

Il 22% sono imprenditori o lo sono stati.

Il 20% delle due categorie è composto da donne.

L’età di chi ha deciso di raccontarsi, è così suddivisa:

30% inferiore o uguale ai 30 anni

60% tra i 40 e i 50 anni

10% sopra i 50 anni.

ERRORI DEI DIPENDENTI

Qui emerge una cosa alquanto ovvia: le testimonianze dei peccati più veniali le trovate in bacheca, quelle più “scabrose” vengono riportate privatamente.

Credo fosse la conclusione più logica quella del pvt, ma grazie al fatto che io abbia lasciato il libero arbitrio, ho permesso alla persona di non sentirsi influenzata tra la scelta di una o l’altra.

4° POSIZIONE: 11% PENSAVO DI MERITARE DI PIU’, ORA GUADAGNO LA META’

In questo gruppo potrei mettere due diverse figure professionali:

il neolaureato e l’over 50.

Cosa può accomunare due così lontane fasce generazionali?

Il credere fermamente che si dovesse guadagnare tanto o in fretta.

Il neolaureato ammette che dopo la Laurea si aspettasse di guadagnare subito cifre da manager, che la sua competenza ovviamente avrebbe dovuto essere ripagata subito e bene e per far questo, ha preferito abbandonare stage presso multinazionali male retribuiti o solo rimborsati nelle spese per accedere a realtà aziendali concrete ma più modeste che invece lo hanno usato per il tempo necessario tra fotocopie e incartamenti vari, dulcis in fundo, lasciato a casa al primo taglio del personale.

L’over 50 guadagnava benino ma dopo aver accumulato anni di esperienza, si sentiva pronto a chiedere di più, sicuro che in altri contesti magari anche fuori dal suo specifico mercato, quella esperienza di certo sarebbe stata apprezzata e ripagata profumatamente. Anche qui, la sua aspettativa non ha combaciato con le aspettative dei suoi datori di lavoro.

“Ho 30 anni di esperienza” uno dice.

“Ho una laurea e due specializzazioni” l’altro ribatte.

“E in mezzo ci sta il mercato e le sue esigenze, i cambiamenti repentini, la scomparsa di alcune figure professionali, l’adattarsi al rimettersi sempre in discussione, il mutarsi la pelle per rispondere adeguatamente, il saper aspettare i tempi giusti” Concluderei io.

Ed ecco il paradosso che poi troverete anche in un altro caso: il 50 enne si lamenta di non trovare lavoro per non aver concluso gli studi e il neolaureato sostiene di essere troppo qualificato per trovare un lavoro.

Comunque e qualunque cosa si studi, in questo confuso periodo di transazione del mercato, si sbaglia.

Semmai vi foste sentiti in colpa per aver iniziato un percorso formativo che vi piacesse, continuate pure tranquilli, tanto qui fuori ancora nessuno ha capito bene cosa sia meglio fare.

3° POSIZIONE: 18% ARRIVO IO E SPACCO TUTTO/ MI LASCIANO A CASA PERCHE’ NON SONO UN LECCAPIEDI

Questa per me è la più veritiera e quella che meglio spiega chi non si senta minimamente tirato in ballo quando si parla di errori sul lavoro.

Passo ad illustrarvela.

Con diverse sfaccettature, con dettagli o ambientazioni diverse, il succo del discorso era sempre quello: mi assumono, sono brillante e appassionato, vedo che le cose potrebbero andare meglio, vedo che molti non si impegnano abbastanza, faccio presente la cosa e quando c’è da licenziare, licenziano me.

Fa ridere un po’ lo so ma è tremendamente vero, moltissime persone sentono come una forza aliena che attraverso le capsule dei premolari gli invia dei messaggi e vengono incitate a non ascoltare gli altri, a voler proporre metodi diversi, a decidere che oltre alle loro funzioni, potrebbero fare di più e perché ridursi a svolgere solo i compiti affidati quando quell’azienda ha avuto la fortuna di assumere proprio te che puoi cambiare tutto e ti sprecano a quel modo?

Torno seria.

Il fatto non è che tu possa o meno cambiare le cose, che tu sia davvero il migliore in quell’ufficio, il problema è che tu pretendi di saperne più di tutti, magari di persone che lavorano dal doppio dei tuoi anni, magari dei tuoi superiori che appunto, vorrebbero continuare ad essere i tuoi superiori e che hanno assunto te, per dei compiti precisi, non per tentare in tutti i modi di far passare loro da ebeti e tu da supereroe.

Per non parlare poi dell’ambiente lavorativo che generi coi colleghi: sai quanto possa essere bello lavorare con uno pronto ad emergere facendo passare te come lassista o fannullone?

E se ti sbagliassi? Mai presa in considerazione questa ipotesi?

Tanti che mi hanno scritto sì, purtroppo dopo essere stati licenziati, si erano convinti che il loro intuito fosse meglio del metodo.

Chi perché ha avuto ciò che voleva e si era nettamente sbagliato, creando danni all’interno di quell’azienda e chi invece è stato lasciato a casa per troppo zelo, perché dopo un po’ di uno che passa metà del tempo a bussare alla porta della direzione anziché fare ciò per cui è pagato, stanca, ve lo assicuro.

Ora, che alcuni chiamino “leccapiedi” quelli che svolgano la loro funzione in santa pace senza screditare colleghi o dire al proprio capo come fare il suo lavoro, lo lascio decidere a voi.

2° POSIZIONE: 24% NON AVER RISCHIATO IL POSTO, AVER LASCIATO IL POSTO

Eh già, molti hanno rifiutato offerte allettanti da altre aziende e al tempo, hanno preferito la certezza e la solidità di dove erano, per paura, per impegni familiari presi, per non dover rinunciare ad una tranquillità che al tempo pareva garantita, praticamente il contrario di quelli precedenti.

Ed ecco qui rispuntare un altro paradosso, incredibile davvero! Uno mi scrive “avrei voluto cogliere quella opportunità e rischiare” e subito sotto mi arriva un altro messaggio che recita più o meno così “ mannaggia a me quando ho deciso di voler rischiare provando nuove esperienze” .

Mi verrebbe da usare un meme che circola in Facebook, ovviamente modificato per l’ambito professionale, del tipo “se ci mettiamo d’accordo, lavoriamo tutti”.

 

1° POSIZIONE: 38% AND THE OSCAR GOES TO

FIDUCIA RIPOSTA MALE

Svetta su tutti gli altri errori, le persone sentono di essere state tradite e per quello si trovano ora in una condizione indesiderata.

In alcuni casi viene descritto come un errore “velato” ossia, ho sbagliato ma è anche vero che qualcuno mi ha fregato, in altri viene aggredito come se ora l’antidoto fosse il non fidarsi più di nessuno.

Mi ha ricordato molto quel cartello simpatico appeso in alcuni bar “per colpa di qualcuno, non si fa più credito a nessuno” che a me fa sorridere ma un po’ mi intristisce perché se devi lavorare e lì ci devi stare per anni, forse dovresti anche saper valutare qualche volta e non irrigidirti così o sperare che quello sia un ottimo alibi per svangare il dubbio tra il concederlo o meno.

Cioè, perdonati qualche volta, non sei perfetto ma puoi riprovarci.

C’è chi è stato fregato dai colleghi, chi dal capo, chi da chimere fatte di ottimi stipendi da aziende traballanti per ritrovarsi poco dopo licenziato col rimpianto di aver lasciato un lavoro meno luccicante.

Ni, io personalmente non lo considero un errore, lo vedo più come un voler credere a cose che ci farebbero tanto piacere se fossero vere, d’altronde Wanna Marchi s’incazzava se il sale non si scioglieva e la gente si preoccupava, dico no, c’è anche di peggio in giro.

Questo spero che rincuori tantissime persone che magari da anni rimpiangono o sentono il rimorso per una o l’altra scelta: comunque fai sbagli, la chiaroveggenza non è patrimonio di nessuno (forse Wanna Marchi), prendete una decisione e portatela avanti. Ho esattamente un ex equo tra chi ha fallito tentando e chi ha fallito restando, quindi, cuore in pace ragazzi che non c’è soluzione se non tanta fortuna nella vita quando si compiono passi importanti.

9% VARIE ED EVENTUALI

Una parte minore si appella a settori ormai in crisi da tempo, tipo l’edilizia, il terziario o l’intrattenimento, che ovviamente hanno subito una forte crisi, che voglio dire, puoi pure essere un bravo venditore, ma se il 50% del mercato sparisce, tu che ci potrai mai fare?

 

ERRORI DEGLI IMPRENDITORI

Come da tabella riassuntiva, solo il 22% delle testimonianze raccolte perviene da aziende.

O sono fenomeni, o non interessava partecipare all’analisi o sbagliano molto di meno dei dipendenti (credono, forse ndr.)

Comunque, in maniera più sintetica rispetto agli errori dei dipendenti, diciamo che i pentiti della partita Iva mettono come motivo principale della loro disfatta l’aver creduto che fare impresa fosse una cosa facile.

Molti dichiarano di aver solo valutato il bello e non esser stati pronti al brutto.

“Pensavo di vendere e di affrontare i problemi, non avevo minimamente creduto possibile che non avrei venduto e avrei pure avuto i problemi”

I conti, quelli sono stati citati più di 13 volte nei messaggi.

Un altro tasto dolente, un Ni per me come errore quanto la fiducia mal riposta dei dipendenti, se lo guadagna la delusione dei dipendenti.

Perché dico Ni? Perché nel farli parlare, è emersa evidente la convinzione che per loro i dipendenti dovessero appassionarsi, lavorare e soffrire quanto loro stessi, che insomma, parliamoci chiaro, vuoi delle attitudini da capo ma poi solo tu guadagnare di più.

Vorresti che in periodi di crisi non pretendano neppure loro di essere pagati o che s’inventino qualcosa d’altro per tirare a campare fino a che tu non avrai risollevato le sorti della tua azienda.

Ok l’empatia e l’amore per il proprio lavoro ma distinguiamo bene i ruoli e gli obblighi, altrimenti le delusioni per entrambi sono dietro l’angolo.

Altri non solo si sono buttati a capofitto in start up futuristiche ma ci hanno buttato dentro pure tutti i loro soldi e qui il risentimento più grande lo si trova maggiormente a livello personale più che economico, si sentono come di non fidarsi più del proprio istinto, diciamo che hanno espresso la cosa come veri e propri “cazzari”.
Io credo che investire e credere in un progetto con tutto te stesso abbia la necessità anche di una buona dose di fortuna, tipo a Black Jack: tu hai 20 in mano che potrebbe essere pure tanto ma se il banco fa 21, perdi esattamente come quello che si è fermato a 15 o quello che ha sballato chiedendo carta con 16.

Altrimenti se fosse facile o possibile da anticipare, saremmo tutti mega milionari come Briatore o chiaroveggenti come Wanna Marchi, forse.

Una piccola parte è molto arrabbiata con le istituzioni, con le varie riforme fiscali e i sindacati; sentono che se esiste una categoria colpita, quella è la loro.

Ma tutto sommato devo dire che l’imprenditore che mi ha riportato la sua testimonianza è stato umile e molto autocritico, diciamo che non ho visto burberi capi o dispotici “paron dalle braghe bianche”.

 

 

Bene, con questo ho concluso la mia analisi, se vi interessa proseguire la lettura, troverete i “bonus track” di questa fantastica avventura, altrimenti se concludete qui, voglio ringraziare di cuore tutti quelli che hanno anche solo con un commento, apportato un plus valore a questa analisi ma soprattutto voglio ringraziare quelli che mi hanno sviscerato le loro storie, con naturalezza, con umiltà e tanta ma tanta voglia di riprovarci nel migliore dei modi.

In ordine sparso:

  • Salvatore
  • Mario
  • Leonardo
  • Andrea M.
  • Andrea S.
  • Fabio
  • Remo
  • Chiara
  • Alessandro S.
  • Simona P.
  • Stefano
  • Gabriele
  • Sandro
  • Alessandro C.
  • Marco V.
  • Marco M.
  • Davide P.
  • Cinzia
  • Francesco G.
  • Simone
  • Alberto
  • Silvia
  • Sara
  • Maurizio V.
  • Andrea P.

Grazie, grazie, grazie!

Per le notti insonni che avete passato con me, per gli approfondimenti e soprattutto per la fiducia riposta, chissà mai che qualcuno grazie a voi possa da oggi in poi sentirsi meno isolato e un po’ meno cazzaro!

 

 

BONUS TRACK

“I RECRUITERS PUNISCONO CHIUNQUE AMMETTA DI AVER COMMESSO ERRORI”

Se scorrete la bacheca, sotto al post generatore di tutto questo casino, troverete varie testimonianze in cui alcune persone dichiarano che l’ammissione di errori, squalificherebbe un candidato in fase di selezione.

Ora, come ho risposto ad un ragazzo, per quanto mi riguardava, mi pareva assurda quella sua convinzione: ho sostenuto molti colloqui in vita mia, con vari tipi di selezionatori e mai sono uscita da quell’ ufficio con la sensazione addosso di non essere stata scelta per aver raccontato la mia esperienza lavorativa che per l’appunto, è fatta anche di errori.

Quindi mi sono incensata il capo e ho chiesto un parere ad un grande esperto in materia di selezione del personale, uno che mica pizza e fichi come la sottoscritta, uno che quando parla, sa far star zitti tutti.

Come vi raccontavo, con la faccia del peggior commerciale di Caracas, ho inviato un messaggio a Osvaldo Danzi, che di certo non ha bisogno di presentazioni e col quale, in passato, ho avuto uno scambio di opinioni ricche di belle sfumature e grande professionalità.

 

Ecco il testo

Mio messaggio

EM :Psss, psss, Osvaldo….ho fatto un casino!

EM: Mi daresti una mano?

Passerò il week end a stilare una sfilza di dati, più o meno dettagliati, su un tot di testimonianze ricevute e credimi, veramente interessante. Comunque, da una breve cernita, emerge che siate voi Hr che li obbligate a lustrarsi e ad apparire perfetti perché altrimenti, li scartate a priori. Questo affermato da tanti eh, come se foste voi a non volere “perdenti” tra le fila dei candidati. Ora, mi dici se sia una loro percezione o vi sia davvero un fondo di verità? Perché io non posso credere che un candidato debba dire di essersi licenziato perché se dicesse o scrivesse sul cv l’opposto, tu non lo chiameresti mai! Grazie mille in anticipo

 

 

 

Sua risposta:

A mio parere i candidati hanno una percezione totalmente diversa di ciò che ci si aspetta un colloquio. Si chiama indice di desiderabilità e lo si trova in qualsiasi inventario di personalità. Almeno un candidato su tre ha un indice di desiderabilità molto alto vuol dire che ha risposto al test pensando a come l’intervistatore avrebbe voluto che lui rispondesse.

Ti faccio un altro esempio,è la mia ultima selezione: un candidato ha omesso di farmi sapere proprio per questa percezione, di avere un problema legale che a mio avviso non avrebbe inciso assolutamente sulla selezione. Il fatto di averlo nascosto ha fatto sì che venisse escluso dalla selezione proprio dal titolare dell’azienda che aveva già preparato la lettera di intenti.

Il fatto che molte persone abbiano aderito alla tua iniziativa non mi sorprende per niente. Lo si vede già qui su Linkedin. Le persone per così dire vincenti se ne guardano bene dal fare commenti e insultare le risorse umane o dare la colpa ad altri dei loro insuccessi.

 

 

Ovviamente ho chiesto ad Osvaldo il permesso di pubblicarlo.

Vi ho sottolineato la parte interessante, cioè, ragazzi, incredibile, sanno benissimo che voi stiate rispondendo come loro vorrebbero che voi rispondeste, o meglio, come voi crediate che loro vorrebbero sentirsi rispondere da voi (una medaglia se ho beccato tutti i tempi corretti, grazie!)

Quindi, quanta verità c’è nel dire che si è scartati per gli errori tra la vostra percezione e la realtà?

Vi faccio un esempio che mi sono creata e che mi ha convinto.

Se ho un ristorante e vedo che il mio concorrente toglie l’olio di palma dal suo menù, penso voglia diversificare la clientela ed io lo continuo ad utilizzare.

Se però 10 concorrenti tolgono l’olio di palma dagli ingredienti che utilizzano, comincio a pensare che i clienti non gradiscano più i ristoranti che usino l’olio di palma ed inizio a riflettere.

Un giorno ho la sala vuota e mi viene in mente che ho l’olio di palma nel menù, mi prende un guizzo e lo tolgo pure io.

Eppure ho ancora la sala vuota.

Ma perché se ho tolto l’olio di palma?

Ecco, magari quel ristorante è vuoto perché non più in linea coi prezzi di mercato, perché ha un arredamento fatiscente, perché il cuoco propone sempre i soliti piatti, perché si è cambiato fornitore per le materie prime e scelto uno più economico, perché ha aperto un nuovo locale ed il nuovo incuriosisce sempre.

Ma il mio indice di desiderabilità mi ha convinto che se tutti fanno così, devo farlo pure io.

Ed ora io non ho neppure l’olio di palma ma loro magari hanno l’arredamento nuovo, indi per cui, a parità di offerta, vincono loro.

Che poi siate o meno d’accordo sul nutrirvi con l’olio di palma o meno, cambia poco, quello che dovreste capire sono i limiti del vostro ristorante in generale, non su un singolo ingrediente, l’olio di palma non vi farà assumere né scartare, è solo olio di palma, magari non fa bene se ne mangiate troppo ma non ha ucciso mai nessuno.

La seconda parte dell’intervento è molto istruttiva sul nascondere le cose in fase di colloquio, anche se quel dato non avrebbe minimamente inficiato sulla selezione, l’averlo omesso, ha distrutto il rapporto di fiducia prima ancora che cominciasse.

Diciamocelo, a nessuno piace esser preso per i fondelli, soprattutto se sto per assumerti e farti passare con me metà della mia vita.

Spero che questo chiarimento vi sia stato utile.

 

“L’ORRORE DELLE DONNE MADRI”

 

Sì lo so è un titolo forte ma permettetemi di usare toni gravi per questo capitolo.

Sono donna e non ho figli, ammetto che ho sempre pensato un po’ che le madri ci marciassero sulle gravidanze, i permessi e i vari bonus a loro concessi solo perché facessero figli, come se non fosse dal big bang che accadesse questo.

Ora ritiro tutto. Che schifo ragazzi.

Ho letto di storie dell’orrore, di donne trattate come appestate durante e dopo la gravidanza, violate, denigrate, relegate a ruoli marginali al ritorno, minacciate di licenziamento se lo avessero fatto una seconda volta, punite per aver anche solo osato pensare che si potesse desiderare un figlio e continuare a lavorare decentemente.

Io davvero, quando leggevo queste storie raccontate con dolore, non ci potevo credere.

Voi ci credereste mai ad una ragazza che passa 9 anni a dare il meglio di sé, poi decide di diventare madre e da lì, inizia il suo incubo?

Invitata a levarsi di torno il prima possibile, buttata fuori come fosse un inutile peso per quell’azienda che prima, ogni anno la premiava come miglior impiegata?

E tutto questo perché ha osato fare due figli, manco uno, pensa te che razza di delinquente oh.

“Accetta la buona uscita e libera il posto”

“No”

“Allora ti licenzi e ti assumiamo con lo stesso contratto in una consociata”

“No, è ovvio che mi licenzierete durante il periodo di prova”

“Vuoi la guerra? Va bene resta, ma sappi che avrai la vita rovinata qui dentro e niente part time o permessi”

“ E’ un mio diritto averli”

“E’ per gente come te che l’Italia va a rotoli”

 

Eh sì, è per gente come lei che l’Italia va male, che vergogna davvero.

Ci definiamo tanto evoluti e poi non permettiamo che una donna possa affermarsi sul lavoro per via di un pancione o di un bel pargoletto paffuto.

Un augurio sincero a tutte le donne che stanno vivendo la gravidanza, per quanto mi riguarda, grazie a due testimonianze che ho ricevuto, coprirò tutti i vostri turni d’ora in poi, varicella, sesta malattia e ferie a giugno perché io non voglio condividere nulla né essere complice di certa gentaglia.

 

“E L’OSCAR PER L’ERRORE PIU’ BELLO VA A….”

Se siete arrivati fino a qui probabilmente è stata la curiosità a spingervi o a sperare che quello che avessi scritto nel post, fosse solo da gran “cazzara”.

Invece vi ho lasciato la giusta suspense per godervi ciò che mi è capitato.

A metà settimana mentre mi stavo già facendo l’idea di chi potesse essere quello che mi avesse colpito maggiormente e mi stavo già muovendo per una persona, ricevo una telefonata.

Ora ragazzi, va bene prenderla seriamente, ma questo vi ha battuto tutti.

Pronto?

Sì?

Elena?

Sì, chi parla?

Ciao sono Marco, non ci conosciamo, ho letto il tuo post su Linkedin e ti ho telefonato per raccontarti a voce la mia storia, hai 5 minuti?

Io basita.

Vi giuro spiazzarmi è una delle cose più difficili da fare ma in quel momento, son rimasta col telefono appoggiato all’orecchio, gli occhi sgranati e la bocca aperta come una scema.

Marco ha letto il post grazie ad un mi piace messo da un contatto in comune, si è aperto le pagine gialle di Padova, ha chiamato la mia azienda e siccome non c’ero, si è fatto dare il mio numero.

Cioè, ma chi sei? Tom Ponzi o Jack the Ripper?

Sfumato l’imbarazzo iniziale di entrambi, devo dirvi che oltre ad essere risoluto e senza fronzoli come piace a me, mi ha trasmesso per 40 minuti tanta di quella voglia di ricominciare, di rimettersi in gioco, di imparare che la metà sarebbe bastata a convincermi.

E in effetti il tema errori è parso subito marginale presa com’ero dai progetti, dal lavoro che avrebbe voluto fare e dalle competenze che venivano fuori spontaneamente, mentre si saltava da un argomento di lavoro ad uno sport praticato nel tempo libero.

Ora voi chiamatelo fato, destino, casualità ma io proprio in questi giorni, da mesi, ho fissato un incontro con un collega che mi chiedeva se conoscessi qualcuno per una determinata funzione che voi non ci crederete neppure stavolta ma risponde bene almeno inizialmente al profilo di Marco.

Se Marco vorrà palesarsi e scrivere sotto i commenti, metterò anche il suo cv in evidenza, altrimenti mi beccherò della psicopatica da quelli che in tutta questa storia sin dall’inizio, ci hanno solo voluto vedere del marcio ma tranquilli, provengo da Facebook dove solo con un attacco di flame, la metà di loro scoppierebbe in lacrime!

Inoltre c’è una ragazza che mi interessa molto, una giovane artista, lei ancora non lo sa ma per il Dlgs 198/06 ho scelto di promuovere anche lei.

Cosa mi è piaciuto? Il coraggio di seguire i suoi sogni, di fare ciò che più le piacesse e di puntare su se stessa, così giovane e in un momento così pericoloso, io manco adesso tutto quell’ardore ce l’ho!

Quindi Sara Boffelli preparati, mi piace il tuo progetto e voglio darti fiducia: se ci credi tu, ci credo anche io.

 

 

“DISTURBO? SONO PROLISSO? LA STO STANCANDO? QUANTE BATTITURE VUOLE”

Così, a freddo senza tante storie ve lo voglio chiedere, ma ragazzi, chi vi ha conciato in questo stato?

Ho passato metà del tempo a rispondere ai messaggi di giovani neolaureati rispondendo “non disturbi, non arrechi fastidio, non sei pesante, non ti preoccupare, vai tranquillo, dammi del tu, non sei scortese”.

Miiiiiiii, se anche non avessi avuto minimamente l’idea che mi stavate disturbando, il dubbio me lo avete fatto venire voi.

Ora non fatemi passare per quella troppo easy, ma a tutto c’è un limite, anche alla cortesia livelli Master e Sifu, se sono io a chiedervi di scrivermi tutto, senza freni, senza imposizioni, senza darvi alcun limite, perché non riuscite a lasciarvi andare?

Sapete a me alcuni cosa hanno trasmesso? Ansia, tantissima ansia.

Tachicardia, irrigidimento, blocco renale, tic nervosi.

Chissà se messaggiaste con Marchionne cosa sareste in grado di provocare!

Allora, cercate di rilassarvi, di capire se il vostro interlocutore sia o meno a target per certe pompose ovazioni livello Maria Stuarda regina di Scozia e poi siate peculiari, non recitare le frasi fatte insegnate durante i corsi, non usate le solite trite e ritrite ouverture, cercate di metterci sempre del vostro.

Non dico di telefonarmi eh, ma di capire quale sia la vostra specialità, come persone intendo, di trasmettere sempre qualcosa che nessuno ha trasmesso o pochi lo hanno già fatto.

27 messaggi hanno esordito così:

Buongiorno Dott.ssa Massetti, grazie per aver accettato il mio invito.

Che qua dici va beh, mica possono mandarmi un selfie, lo capisco.

A seguire però erano quasi tutti simili, ma ci sono per caso dei siti da cui attingete le frasi?

No perché se volete, vi giro i messaggi dei vostri coetanei e credetemi, cambia la salsa, ma la pasta è sempre quella.

Ecco, se ci sono dei siti, cancellateli pure dalla cronologia Chrome, disfatevene immediatamente perché quelle frasi, le hanno già lette in troppi.

Io sarò sempre dell’idea che la spontaneità e la peculiarità di una persona sia sempre la carta vincente, altrimenti davvero, non venite fuori da quel messaggio, non rimanete impressi.

“CONCLUSIONI”

11 pagine, 4281 battute sino ad ora, col punto sono 4286.

4286 parole che non so bene neppure io perché abbia scritto ma che mi è piaciuto tantissimo fare.

E se fosse anche solo servito ad una persona per sentirsi meno avvilita, meno cazzara e meno sola, allora potrò davvero dire che quel post, tanto stupido non lo fosse.

Ora tornerò nel mio anonimato più recondito ma vi assicuro che un’esperienza del genere non potrà che essere ricordata come una delle migliori che abbia avuto.

Sono caparbia al punto di aver dormito 4 ore per notte, con occhi rossi e stanchi a leggere messaggi su ogni device possibile, a chiedere, a ricevere risposte e mandare faccine, a parlare con persone che non so nemmeno da dove mi abbiano scritto, che magari non ho neppure tra i contatti e che forse, non incontrerò mai.

Ma cosa sarebbe in fondo anche Linkedin se fosse solo cv e carta patinata?

Linkedin per me è stato il mio Serendipity, davvero bellissimo.

 

Elena Massetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gli stalker dell’inbox: come farsi odiare dopo essere riusciti a farsi amare

Un giorno al mese mi tocca dedicarlo al temibile “ unsubscribe” o che dir si voglia “cancellazione dalla Mailing list”.

Oggi ad esempio, mi sono disiscritta da 22 newsletter tra quelli a cui avevo dato l’autorizzazione e quelli che forse se la sono presa conto terzi.

Io non se alcune aziende si rendano conto di quanto possano diventare odiose, pedanti e antipatiche con questi invii multipli, ma fidatevi, se prima amavo un marchio, dopo essermi fatalmente iscritta alla loro newsletter, non voglio più vederlo nemmeno in foto.

Ma signori belli, se una è obbligata a sottoscrivere una vostra fidelty card per poter ottenere degli sconti, poi, è pure obbligata a ricevere 10 mail a settimana? 5 email promozionali al giorno? 50 news al mese?

Ma perché?

Chi è che va in giro ad insegnare che il diventare degli stalker impulsivi ed ansiogeni faccia vendere di più?

Non credetegli, causate più danni che benefici!

Cosa ci potrà mai essere di più idiota dell’aver sprecato soldi ed energie per acquisire un cliente e poi dopo esserci riusciti, perderlo per la troppa frenesia di rivendergli qualcosa?

Una email a settimana, tanto ma accettabile, di più sei out, così perdete capra e cavoli perché poi manco quella vorrò più ricevere se mi costringi a premere Unsubscribe.

Siete ripetitivi, invadenti, ridondanti, si trasmette che continuate a impegnarvi per estorcermi un acquisto: 1 email per le promozioni della settimana, 1 per i nuovi arrivi, 1 per le promozioni fino a mezzanotte, 1 per i prodotti online ed 1 per i prodotti in store, fanno 5 diverse email in una settimana che alla fine, non porteranno a niente!

E quella che inizia col mio nome? “ Elena, ti stiamo aspettando!” Dai, ma ci credete tutti scemi?

Vi do un consiglio, sia da utente finale sia da operatore del settore:

fissate un unico invio, sempre alla solita ora e al solito giorno, con tutto il riepilogo diviso in paragrafi dove uno clicca quella a cui può essere più interessato.

Così, ad esempio, fa un sito inglese da cui a volte acquisto con piacere, ogni sabato sera so che riceverò la sua email e me la guarderò tutta con calma.

3 anni che me la manda, 3 anni che non la cancello.

Se poi volete ancora di più farvi odiare, rendete difficile il disiscriversi.

Da una newsletter non sono riuscita a farlo perché bisognava prima autenticarsi con nickname, password e captcha.

Bene, questi hanno vinto, continuerò a ricevere la loro newsletter (che tanto sposto nella indesiderata) ma di sicuro non comprerò mai più da loro.

Bella vittoria segugi del Marketing e webmaster altisonanti, magari i vostri committenti vi pagheranno pure tanto per tutti questi contatti, ma voi siete davvero la piaga di questa era multimediale, voi e la vostra testardaggine a impadronirvi dei clienti, ad analizzarli per età, sesso, area geografica, a trattarli come “cose” e ad essere certi che siate voi a condurre le fila del gioco, cribbio quanto vi state sbagliando.

Vendere o non vendere, questa è la domanda.

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Ebbene sì, signori della giuria, quella scellerata commerciale che ha osato rispondere così ad un cliente, son proprio io.

Concedetemi però una brevissima arringa ed una ancora più veloce prefazione.

Da un paio di mesi stavo intrattenendo i primi contatti commerciali con un nuovo cliente.

La mia vendita non è un one shot, è più una vendita ciclica e prima che il motore sia a pieno regime, si deve rodare un po’.

Diciamo più semplicemente che sono un diesel, non butto i prodotti addosso alle persone, credo ancora sia fondamentale creare prima un’empatia coi clienti, insomma ci dobbiamo piacere entrambi per non sprecare tempo e soldi e ritrovarsi estranei dopo 3 riba pagate.

Una delle meccaniche basilari per poter quindi ottenere le migliori prestazioni, è quella della formazione e della consulenza.

Dopo 10 anni che faccio questo mestiere, so già che dal momento che mi approccio ad un cliente che arriva da un qualsivoglia competitor, questo sarà estremamente “povero” in termini tecnici, nonostante nel mio settore risulti basilare conoscere almeno il minimo per poter poi intervenire e migliorare le prestazioni termiche di una vetrata.

Quindi, appena il cliente mi disse da chi aveva l’abitudine di rifornirsi, già mi ero appuntata in agenda 3 mesi di consulenza, il tempo minimo per tirarlo fuori da tutta la confusione e la poca preparazione che avesse ricevuto.

Tutto ciò aggratis, badate bene, perché sempre più convinta che poi, sentendosi supportati intensamente da una che sappia il fatto suo, la vendita sarà scontata.

Ora, capite che fare formazione via Wifi o via telefono, non sia facile ma, preso com’era da appuntamenti e cantieri vari e non trovando mai il tempo di ricevermi, gli lascio pure la facoltà di approfittarne in questo modo.

Voi direte, è il tuo lavoro anche questo, certo, nessuno dice nulla ma vi è sempre un limite, una soglia che secondo me, anche i clienti ad un certo punto dovrebbero non superare mai.

Passato un mesetto, la situazione sembrerebbe quagliare, nel senso che eravamo pronti ad avviare la procedura per il primo acquisto.

Invece no, sfuma per problematiche burocratiche sue che a me parevano idiote ma va beh, concediamogli il dubbio e proseguiamo.

Rispunta dopo un mese con un messaggio di WhatsApp.

“Mi serve sapere la normativa di riferimento XXX, quella YYY e l’altra JJJ”

“Urgente, grazie”

Era un lunedì, leggo il messaggio e lo lascio lì, inutile ripetervi quanto io possa odiare chiunque, cliente compreso, usi quel dannato Messenger come se fosse un diritto acquisito al pari dello Ius sanguinis.

Infastidito dalle mie due spunte blu senza risposta, incalza.

“Sarebbe urgente Elena!”

Mi cominciarono a formicolare tutte le estremità anche perché se fosse stato davvero urgente, avresti potuto chiamarmi e secondariamente, non è che io possa scrivere un messaggio con 67 estratti di normative di riferimento, non è che tu mi abbia chiesto l’aglio lo aggiungo prima o dopo il soffritto? Che una potrebbe pure rispondere velocemente anche con un vocale, no, lui voleva che gli romanzassi 6 anni di modifiche alle norme in materia di sicurezza così, tra un appuntamento e l’altro, nella pausa di un convegno e poi mentre ritiravo i panni in lavanderia, salivo le scale di casa e mi mettevo il balsamo ai capelli.

Ennesime mie due spunte blu e poi più il nulla, pensavo potesse bastare per fargli capire che No, non fosse davvero il caso.

Il martedì mattina, attacco i dati e arriva il suo terzo messaggio “o mi rispondi o vado dalla concorrenza”

Hai vinto bello, the winner is you, ora piuttosto non mi lavo i denti ma trovo il modo di risponderti.

“Caro ZZZ, forse non ti è chiara la situazione, vediamo se riesco a spiegartela meglio.

“Io non sono un Avatar di Mondo Convenienza pronta a risponderti h24 tutta sorridente e con le cuffiette in testa. Se hai bisogno di una mia consulenza o mi chiami o mi mandi un’email o meglio ancora, qualora fosse qualcosa di più complicato, mi raggiungi in ufficio e sarà mia cura fornirti tutte le informazioni del caso.

Via WhatsApp se vorrai, potrai inviarmi le foto al mare col bambino che fa i castelli di sabbia o gli auguri di Natale col video scemo, per questioni di lavoro esistono invece i canali ufficiali.”

Non mi ha più scritto, si dev’essere offeso.

Quello che però non sapeva è che i miei capi siano tre volte meno pazienti di me, nel senso che già al primo messaggino su WhatsApp lo avrebbero bloccato, al terzo sarebbero andati a prenderlo fuori di casa.

A distanza di due settimane dalla mia risposta e, probabilmente, con la concorrenza che non ha saputo dargli manco la prima di normativa,  gli è toccato tornare.

Ma attenzione, non con la coda tra le gambe o chiedendo scusa o persino facendo finta di nulla che, vabbè, facciamo di necessità virtù, mi servi e mandiamo giù il boccone amaro.

No signori, lui ha scritto alla direzione sempre con quel fare tirannico e dispotico, credendo forse che così mi avrebbe fatto ricevere un potente cazziatone.

Ora, ditemi voi, visto che sta a me la decisione finale, cosa faccio?

Gli vendo i miei prodotti o lascio che il ragazzino accusi il colpo e magari, impari a trattare con rispetto le persone la prossima volta?

 

 

 

 

 

 

Un banale lunedì d’insulti post vendita

Ore 15.30

Un mio venditore mi chiede di chiamare un suo cliente e dargli delle spiegazioni più tecniche di quanto sia in grado di fare lui.

Che tradotto per i meno esperti delle nevrosi commerciali altro non significa che ha venduto qualcosa ma l’ha venduta male.

A volte il post vendita è chiamato a sistemare qualche mancanza della forza vendita.

Ovviamente, il post vendita risulta tre volte più difficile da gestire del pre perché inizia con una forte delusione non con un bisogno e a torto o a ragione, da lì si deve partire.

Ed è inutile ascoltare solo la versione del tuo venditore che ti dirà che tanto non ha fatto nulla di strano, che tanto non ha detto nulla di falso e che tanto quel cliente è solo matto.

Fosse anche solo matto, è comunque una scheggia impazzita, una mina vagante sopra la quale potranno camminare altri ipotetici clienti, pronti a saltare in aria da un minuto con l’altro, quindi va disinnescata il prima possibile.

Prendo il telefono e chiamo sapendo già che non sarà un dialogo amichevole.

Pronto? Il signor Rossi? Buongiorno sono Elena Massetti, Foster Italia.

A seguire 4′ e 26″ di urla del cliente finale, io sempre zitta.

Poi, forse ormai senza forze e senza voce, si quieta.

“Ha finito?” dico io.

“Sì mi scusi è che mia moglie mi tira matto”

“Capisco, allora adesso possiamo fissare un incontro in modo tale che io possa venirla a trovare e chiarire al meglio la situazione?”

“No, non si disturbi guardi, non ce n’è bisogno, mi scuso ancora per il mio tono offensivo e grazie mille per la telefonata”

Click.

Il post vendita quando implica un problema è la parte del mio lavoro che mi piace di più e mi regala emozioni inimmaginabili,

è incredibile come molti si accontentino solo del fatto che qualcuno “dall’alto” li chiami, li faccia sentire unici, li ascolti e li lasci sfogare.

E non posso neppure fregiarmi della mia innegabile ars dialettica, della strepitosa strategia Pnl ++-++ perché davvero, non ho quasi proferito parola, potevo benissimo anche essere una figurante presa dalla strada o la fidanzata del venditore, che pensate sarebbe cambiato qualcosa? Per me no.

Con questo semplice esempio vi dico che io non ritengo affatto che lo scavalcare un collega sia svilire il collega stesso, soprattutto se si parte dall’intento collettivo di chiudere bene una vendita, portare a casa i soldi e non adire per vie legali.

Ecco perché un’azienda deve investire tutte le risorse che ha a disposizione per sistemare l’errore di uno prima di chiudere male un rapporto.

Ed ecco perché giudico degli emeriti idioti quei venditori che non passino i clienti scontenti ai loro superiori, quelli che preferiscono lasciare mine innescate ovunque piuttosto che ammettere di aver bisogno d’aiuto: l’orgoglio mi fai il santo piacere di usarlo nella tua vita privata, non nella mia azienda.

Come giudico pazzi kamikaze quei responsabili che si accontentino solo della versione ufficiale dei propri cadetti senza sbattersi a capire se si possa o meno recuperare sia soldi che clienti in qualunque modo.

Quante cause legali, mancati pagamenti e pratiche passate al recupero credito avreste potuto evitare beccandovi pure voi 4′ e 26″ di imprecazioni?

E non ne vale la pena?

La maleducazione dei “Messaggeri”

Sono una delle poche voci fuori dal coro, in tantissime discussioni, anche qui su Linkedin.

Io non ritengo un esempio di educazione rispondere a qualsiasi testo ricevuto, che sia in email o sui vari Messenger.

Io parto da un altro concetto: se non abbiamo prima instaurato un solido rapporto lavorativo, una relazione che vada oltre il Lei o non ci siamo mai incontrati di persona, io non mi sento obbligata a risponderti. Punto.

Veniamo a degli esempi concreti:

Email

Tu sei un venditore e mi mandi un’ email a freddo dove mi proponi di leggere X allegati del tuo prodotto: cestinato in 3 secondi se non mi interessa, nessuna risposta.

Spiegazione: ogni giorno un incompetente si alza e manda miriadi di email a sconosciuti pensando di vendere e offendendosi pure se il ricevente non lo degna di attenzione.

Soluzione: dovete cambiare lavoro e io vi aiuterò incoraggiando la vostra dipartita dal mondo del commerciale.

Whatsapp

Qui ammetto che molte volte mi ci stavo giocando il pancreas.

Se nell’esempio precedente, l’email a freddo con un testo generico e per lo più volto al maschile, tipo Egregio Direttore, mi urta ma vabbè, se mi inviano un Whatsapp a freddo, il fastidio si trasforma in ira.

Ma tanto eh, perché proprio non capisco come tu ti possa arrogare il diritto di procurarti per vie traverse il mio cellulare, di essertelo memorizzato e poi di aprire la schermata della chat e digitare un ” buongiorno, è interessato a sviluppare il mercato edilizia del Congo? Mi contatti subito a questo numero “.

Aspettate, non è finito.

Se leggi il messaggio e non rispondi perché impegnata a tirare anatemi in ogni lingua, quello ha pure il coraggio di mandarti “???”

Ora, facciamo a capirci.

Io arrivo dalla generazione della Bic, della gommapane e dello sbianchetto.

Io mi sono sporcata le mani e sbavato il foglio, nel vero senso della parola, essendo mancina.

Io mi sono costruita vent’anni di carriera sui “No, grazie” detti in faccia dai clienti.

Io ho camminato con una cartina in mano per città sconosciute e consumato almeno 300 paia di scarpe, guidato per 6000 km a settimana, preso aerei e treni, anche solo per un “Le farò sapere”.

Io ho venduto in lingua italiana, francese e inglese.

E tu credi che comprandoti uno smartphone e scaricando un software, tu possa ottenere gli stessi risultati?

Tu davvero credi che il venditore possa definirsi tale lavorando da remoto, da casa in pigiama mentre guardi Mattino in famiglia?

Poveretto, finirai pure tu nel tritacarne delle partita iva che sopravvivono con mille euro scarsi al mese che tanto valeva facessi lo sportellista alle Poste Italiane.

E che tu faccia parte di questa incomprensibile generazione di lettere digitate su un touchscreen, a me non interessa, tu sei vuoi vendere a me, se lo vuoi veramente eh, tu devi parlarmi, convincermi, persuadermi, sedurmi, altrimenti sciò, potrai avere il prodotto più appetibile sul mercato ma per me sei out.

E non sono tenuta AFFATTO a rispondere al tuo messaggio, ovunque tu decida di mandarmelo.

Una vendita inizia con un desiderio, un profumo, una risata, un’empatia, non con una conferma di avvenuta lettura.

Ricordatevi sempre ciò che Lecter diceva a Clarice ne “Il silenzio degli innocenti” per spiegarle come funzionasse il desiderio:

Hannibal Lecter: Prima regola Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio, di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé, qual è la sua natura. Che cosa fa quest’uomo che cerchi?

Clarice Starling: Uccide le donne.

Hannibal Lecter: No, questo è accidentale. Qul è la prima, la principale cosa che fa? Uccidendo che bisogni soddisfa?

Clarice Starling: Rabbia… Essere accettato socialmente… Frustazione sessuale signore…

Hannibal Lecter: No. Desidera. Questo è nella sua natura. E come cominciamo a desiderare Clarice? Cerchiamo fuori le cose da desiderare? Fai uno sforzo prima di rispondere.

Clarice Starling: No, solo che…

Hannibal Lecter: Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno, i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?

Ora chiedetevi: stamattina ho creato del desiderio nei miei clienti?

Se la risposta è no, fatevi due domande.

Il selezionatore Poirot

Mi scuso subito con gli addetti ai lavori per questo articolo, spero possiate comprendere che sto affrontando l’argomento da semplice spettatrice e che non mi balena minimamente nella testa il fatto di rubarvi il lavoro né tanto meno di passare per quella preparata in materia di assunzioni o profili psicologici.

Diciamo che voglio solo portare la mia testimonianza a riguardo.

Piacerebbe molto anche a me che quelli non esperti di vendita mostrassero la stessa mia ignoranza nel suddetto campo ma molte volte questa cortesia, non mi è ricambiata.

Amen, viviamo in un mondo di tuttologi e qui ci tocca stare.

Ieri ho partecipato ad un seminario dello psichiatra criminologo Massimo Picozzi e una parte di esso, era proprio dedicata a questo argomento.

Pensate, nonostante la percezione dica l’esatto contrario, i crimini violenti sono drasticamente crollati e molti profiler, scomparendo soprattutto la figura del serial killer, si sono dovuti trovare un ripiego per tirare a fine mese, Quantico incluso eh.

Ora, Picozzi ha tentato di chiedere alla platea quale potesse essere secondo noi un altro losco figuro che potesse ammazzare quanto e più di un serial killer escludendo i mass murderer, ma proprio non ci siamo arrivati.

Quando uno dalla sala ha detto le banche, c’è stato un mezzo ammiccamento da parte dello psichiatra ma non erano nemmeno quelle.

La risposta corretta è stata i crack finanziari.

Calisto Tanzi ha ucciso più di Donato Bilancia e Gianfranco Stevanin.

E qual è quella figura professionale che più si avvicina ad un profilo psicopatico? Il top manager.

Ora, facciamo una premessa.

Lo psicopatico nella sua etimologia, altro non è che una persona che non sa provare emozioni.

Pietà, amore, compassione se ne vogliamo citare 3 come esempi.

Lo psicopatico inoltre, ama torturare gli altri, si nutre del dolore altrui.

Quando questa figura non si dovrebbe assumere?

Quando questa sua psicopatologia sia talmente grave da non riuscire a porvi un freno: efficace e risoluto sì, manipolatore e cinico nì, perfido e torturatore no.

Facciamo questo esempio (in realtà l’ha fatto lui eh, io sono bionda, faccio già fatica con la tabellina del 9)

Un top manager medio percepisce circa 600 mila euro di compenso l’anno.

Un contratto tipo di un top manager prevede che in caso di allontanamento, gli si debbano versare almeno 3 annualità.

Se ne devi lincenziare uno quindi, non in grado di fermarsi perché in quella posizione sta assaporando tutto il gusto di essere dispotico, tirannico, senza remore o morale, assetato del sangue altrui più che del benessere aziendale, oltre alle cause sindacali che ti avrà sicuramente sollevato, ti toccherà sborsare quasi 2 milioni di euro e l’esempio è ancora riduttivo rispetto ai floridi stipendi che circolano nel top management.

Quindi i profiler hanno iniziato ad abbinare alla loro normale funzione di intercettatori di malviventi, quella di scopritori di talenti ma potenziali pazzi fustigatori, quelli che hanno successo forse proprio per questa loro indole fredda e calcolatrice.

Solo ieri ho capito davvero la funzione basilare di un bravo e scaltro recruiter, che non si basa solo sullo scegliere il meglio per l’azienda in quel preciso momento ma evitare poi che il danno superi di gran lunga l’investimento iniziale, sia economico che di risorse umane, anzi, soprattutto delle seconde.

Dai il potere in mano alla persona sbagliata e quello lo userà per distruggere gli altri.

Mi incenso il capo, ammetto la mia ignoranza e chiedo venia, molte volte ho creduto che il recruiter servisse solo ad una cernita iniziale, uno sfollapersone che disperdesse i meno qualificati e radunasse i più titolati, mai gli avevo attribuito questa funzione da ispettore Poirot ma visto i casi di suicidi legati a pessime gestioni da grandi professionisti, meglio riconoscere il valore e sperare che vengano scelti con i dovuti criteri, anche psicologici.

Infine Picozzi conclude con questa riflessione: tutti i direttori, i capi, i dirigenti hanno in loro un po’ di questa psicopatia.

Chi riesce ad emergere, spesso lo fa sulla pelle altrui, non disdegna un mors tua e un vita mea e gode più del potere acquisito che del denaro accumulato.

Diciamo che il piacere del dominio sia il primo campanello d’allarme.

Quanti di noi allora hanno avuto a che fare con un superiore psicopatico?

Con uno che solo per il piacere di dominarti, ti chiedeva di fare cose deplorevoli o non perdeva occasione per umiliarti?

Quanti sono stati licenziati da uno che in faccia aveva stampato un bel sorrisino?

Quanti invece si riconosco un po’ psicopatici ma si giustificano dicendo che sul lavoro sia corretto non lasciar spazio all’emozioni?

Se fossimo tutti ora selezionati da uno come Picozzi, verremmo ancora scelti?

Bah, chissà.

 

 

 

Facilitare l’acquisto, complicare la disdetta

Arrivo fresca fresca da una colica renale.

Ma benedetti geni del marketing, sifu del Seo, del Sem e di tutti gli acronomi di cui tanto vi forgiate, volete cortesemente provare almeno a rispettare uno dei sacri comandamenti impressi sulle due tavole di pietra consegnate al primo bottegaio sul monte Sinai?

Volete ricordarvi il mantra della vendita, anche online?

Ripetete dopo di me: l’acquisto va velocizzato, semplificato, reso di facile accesso ed epurato da qualsiasi fronzolo che potrebbe dilungare i tempi della vendita e di conseguenza, spegnere l’acquisto emozionale e far decidere di non concludere l’affare.

Decido di acquistare due biglietti per un convegno che si terrà oggi alle 18.00.

Odio le file, amo pagare le commissioni per evitare di farle e arrivare senza fretta.

Sulla locandina dell’evento campeggia in bella vista il tasto acquista online.

La prevendita è affidata a Vivaticket.

“Struco” il bottone e inizia la piaga.

Per acquistare Registrati.

No dai ragazzi, 4 pagine di campi da compilare, 6 acconsento o non acconsento, voglio iscrivermi alla newsletter, voglio ricevere promozioni da terzi, voglio essere invitato al compleanno di tuo cugino e alle nozze d’oro dei tuoi nonni.

E tutto questo prima di arrivare alla schermata del pagamento.

Ora, spiegatemi per favore ad una come me che ha la terza media, perché non si possa fare il contrario?

Perché poi l’internauta, portatosi a casa ormai il biglietto, non li compilerebbe?

E vabbè, ma chi se ne frega!

Sapete almeno quanto stiate rischiando grosso per ottenere quegli indirizzi e quei dati?

Tantissimo!

E solo perché io oggi volevo proprio andarci, ma pensate se il vostro acquirente avesse invece scelta di poter comprare da altri e non da voi, credete veramente che per portarsi a casa il vostro bene, si metta mezz’ora a cliccare maschio o femmina, dati fatturazione, captcha per robot e cazzate simili?

Ve li ha dati i soldi?

Bene, dopo il cash, semmai, espletate tutte le questioni burocratiche del caso, se vuole la fattura o la ricevuta, vedrete che sarà lui a continuare a digitare.

E se non fosse interessato alla vostra newsletter, fatevene una ragione, sarà un unico acquisto che comunque, gli avrete concesso in modo semplice e veloce e si ricorderà in modo positivo di voi e del vostro sito.

Diamine, smettetela con questa psicopatia dei followers, portate a casa il cash, il cash cribbio!

E ora vado al convegno con un retrogusto amaro, costretta ad essere abbonata ad una newsletter di cui non me ne frega niente ed ogni volta che leggerò Vivaticket, mi verrà un herpes labiale.

Bravi, davvero bravi.