Ma il treno dei desideri…

Oggi ho vinto la mia malevolenza verso il treno.

No, diciamo le cose come stanno.

Odio ancora tantissimo prendere i mezzi pubblici ma l’ho preso.

E mi sono seduta in mezzo ai vagoni, non sulla parte a fisarmonica eh, intendo nel corridoietto tra un vagone e l’altro.

Sono salita, li ho guardati attraverso la porta a vetri ho avuto un mancamento e mi sono immobilizzata, meglio persino di quando da bambina giocavo ad 1,2, 3 stella!

Ho tirato giù sta specie di seggiolino e mi ci sono appollaiata sopra; sembro una cocorita, mi mancano solo i semi di girasole accanto e la pipetta dell’acqua.

Ora dietro alle mie spalle c’è un mondo e tra me e lui, una porta a vetri a molla, mi sento meglio e al sicuro.

Sia mai che qualcuno volesse interagire con me alle 6 la mattina o mi volesse dire dove andasse, che lavoro facesse o quanti figli avesse.

Fingere che me ne freghi qualcosa mi viene già duro dopo lo 9.30, figuriamoci all’alba.

Pare comunque che la mia scelta sia stata condivisa anche da altri due, seduti sugli altri due trespoli.

Pensavo che qui la gente ci si sedesse solo quando dentro al vagone non si trovassero più posti, invece no, qui ci si siede quando della tua popolazione ne hai davvero le palle piene.

Infatti, ora che guardo i miei due compagni di viaggio occasionali, hanno una faccia da incazzati paurosa.

Siamo tre col broncio seduti su dei seggiolini mobili in mezzo ai vagoni.

Io perché ora devo scrivere ma la regola d’oro in questi casi è “faccia fissa verso il finestrino” alternando a ritmo scandito da leggi sulla plafoniera della luce di emergenza X volte “attenzione uscita, vorsicht ausgang, attention sortie, beware exit”.

Ogni volta sempre come fosse la prima, mi raccomando.

Abbiamo tutti dai 40 anni in su, quell’età che molto spesso fra da spartiacque tra l’infinito amore per il prossimo e la totale negazione di appartenere a qualsiasi specie animale, specie se questa umana.

Sono certa che uno dei due abbia almeno 2 gatti.

Ora alla stazione della ridente cittadina “Pioltello” la folla si è accalcata nel nostro lounge solitario.

I vagoni si sono riempiti e loro sono stati costretti a spostarsi anche qui.

Loro non sono noi, loro ripiegano sul nostro spazio vitale da eremita perché il mondo non li vuole.

Loro vorrebbero unirsi a loro ma la legge del “chi primo arriva meglio alloggia li ha fregati”.

Infatti parlano tra di loro, sono gentili e aperti al dialogo: truffatori e ipocriti.

Stanno qui ma vorrebbero star di là.

E fissano la porta a vetri sperando che qualcuno gli conceda l’ambito posto, con occhi pieni di speranza e faccino da gattino intirizzito sotto la pioggia.

E noi 3, ognuno a debita distanza nel proprio angolo, silenziosi e rispettosi della nevrosi altrui, siamo riempiti nel mezzo da questi vogliosi di condividere ossigeno riutilizzato da qualcun altro.

Stazione di Lambrate: comincia la migrazione.

Io e il mio clan giriamo la testa in perfetto tempo sincronizzato verso il portellone aperto cercando di trarne più ossigeno nuovo possibile.

Mentre quei pochi di loro rimasti qui, perché quando la musica si è fermata, tutte le sedie erano ormai prese, continuano imperterriti ad informarci di tutti i cazzi loro.

Pare che questi umani debbano per forza parlare: quanto riempiono gli spazi con i loro zainetti, riempiono l’aria di suoni.

Perché l uomo si sentirà sempre a disagio stando in silenzio davanti a dei suoi simili?

Noi prima dell’avvento dei chiaccheroni ci stavamo da Dio.

Manca l’ultima fermata, Milano Centrale e scendiamo tutti.

Una colonoscopia, mai fatta premetto, sarebbe passata prima e sarebbe stata meno invasiva.

Ora ho un convegno, torno seria.

E se tornassi anche in autostop sarebbe meglio.

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