Ma il treno dei desideri…

Oggi ho vinto la mia malevolenza verso il treno.

No, diciamo le cose come stanno.

Odio ancora tantissimo prendere i mezzi pubblici ma l’ho preso.

E mi sono seduta in mezzo ai vagoni, non sulla parte a fisarmonica eh, intendo nel corridoietto tra un vagone e l’altro.

Sono salita, li ho guardati attraverso la porta a vetri ho avuto un mancamento e mi sono immobilizzata, meglio persino di quando da bambina giocavo ad 1,2, 3 stella!

Ho tirato giù sta specie di seggiolino e mi ci sono appollaiata sopra; sembro una cocorita, mi mancano solo i semi di girasole accanto e la pipetta dell’acqua.

Ora dietro alle mie spalle c’è un mondo e tra me e lui, una porta a vetri a molla, mi sento meglio e al sicuro.

Sia mai che qualcuno volesse interagire con me alle 6 la mattina o mi volesse dire dove andasse, che lavoro facesse o quanti figli avesse.

Fingere che me ne freghi qualcosa mi viene già duro dopo lo 9.30, figuriamoci all’alba.

Pare comunque che la mia scelta sia stata condivisa anche da altri due, seduti sugli altri due trespoli.

Pensavo che qui la gente ci si sedesse solo quando dentro al vagone non si trovassero più posti, invece no, qui ci si siede quando della tua popolazione ne hai davvero le palle piene.

Infatti, ora che guardo i miei due compagni di viaggio occasionali, hanno una faccia da incazzati paurosa.

Siamo tre col broncio seduti su dei seggiolini mobili in mezzo ai vagoni.

Io perché ora devo scrivere ma la regola d’oro in questi casi è “faccia fissa verso il finestrino” alternando a ritmo scandito da leggi sulla plafoniera della luce di emergenza X volte “attenzione uscita, vorsicht ausgang, attention sortie, beware exit”.

Ogni volta sempre come fosse la prima, mi raccomando.

Abbiamo tutti dai 40 anni in su, quell’età che molto spesso fra da spartiacque tra l’infinito amore per il prossimo e la totale negazione di appartenere a qualsiasi specie animale, specie se questa umana.

Sono certa che uno dei due abbia almeno 2 gatti.

Ora alla stazione della ridente cittadina “Pioltello” la folla si è accalcata nel nostro lounge solitario.

I vagoni si sono riempiti e loro sono stati costretti a spostarsi anche qui.

Loro non sono noi, loro ripiegano sul nostro spazio vitale da eremita perché il mondo non li vuole.

Loro vorrebbero unirsi a loro ma la legge del “chi primo arriva meglio alloggia li ha fregati”.

Infatti parlano tra di loro, sono gentili e aperti al dialogo: truffatori e ipocriti.

Stanno qui ma vorrebbero star di là.

E fissano la porta a vetri sperando che qualcuno gli conceda l’ambito posto, con occhi pieni di speranza e faccino da gattino intirizzito sotto la pioggia.

E noi 3, ognuno a debita distanza nel proprio angolo, silenziosi e rispettosi della nevrosi altrui, siamo riempiti nel mezzo da questi vogliosi di condividere ossigeno riutilizzato da qualcun altro.

Stazione di Lambrate: comincia la migrazione.

Io e il mio clan giriamo la testa in perfetto tempo sincronizzato verso il portellone aperto cercando di trarne più ossigeno nuovo possibile.

Mentre quei pochi di loro rimasti qui, perché quando la musica si è fermata, tutte le sedie erano ormai prese, continuano imperterriti ad informarci di tutti i cazzi loro.

Pare che questi umani debbano per forza parlare: quanto riempiono gli spazi con i loro zainetti, riempiono l’aria di suoni.

Perché l uomo si sentirà sempre a disagio stando in silenzio davanti a dei suoi simili?

Noi prima dell’avvento dei chiaccheroni ci stavamo da Dio.

Manca l’ultima fermata, Milano Centrale e scendiamo tutti.

Una colonoscopia, mai fatta premetto, sarebbe passata prima e sarebbe stata meno invasiva.

Ora ho un convegno, torno seria.

E se tornassi anche in autostop sarebbe meglio.

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“Unabomber”

Quando dico che le vite non dovrebbero essere giudicate solo dall’età cronologica che si è raggiunta, intendo dire che si possono vivere 40 anni talmente intensamente che persino un centenario risulta essere un teenager a confronto.

Aeroporto di Schiphol, venerdì sera.

Chiunque abbia tentato di lasciare l’Olanda attraverso i check in di questo aeroporto, sa benissimo quanto i controlli di sicurezza siano molto rigidi.

Certo, da una abituata a quelli di Tel Aviv, paiono forse un pic nic all’Idroscalo.

Comunque mentre sono in fila, mi premunisco di svuotare la borsa, buttare via due mandarini e persino, attenzione eh, togliermi le mollettine che avevo in testa, così, giusto per evitare che al body scanner suonassero e mi rallentassero il tanto agognato momento del Duty Free.

Pensate a quanta cura io abbia messo nell’essere il viaggiatore ideale per gli Olandesi, quella che arriva lì e sguscia velocemente via senza intoppi.

Arriva il mio turno: tolgo scarpe, sfilo cintura, svuoto le tasche dalle monetine e tutta sorridente, mi avvio al controllo.

Forse un po’ troppo sorridente per loro, perché il body scanner non suona ma vengo fermata per i controlli antidroga.

Va beh mi dico, anche in Usa la stessa cosa: i miei colleghi passano e io vengo setacciata e tamponata ovunque per scovare qualche granello di sostanza illegale.

In effetti dovrei smetterla di sorridere, almeno lì cazzo, oramai è chiaro che ai controlli ‘sta cosa puzzi molto.

Probabilmente non capiscono che i miei viaggi siano in maggior parte, viaggi di lavoro e che quindi risulti normale che io sia ben contenta di tornarmene a casa.

Va beh, la ragazza apre la mia borsa e inizia a passare il tampone, io tutta tranquilla visto che a parte le sigarette, so per certo che non troverà nulla, la guardo sempre sorridendo.

Inserisce il tampone e ovviamente il livello è zero: manco tracce di paracetamolo o di magnesia per digerire.

Sta per richiudere il tutto e congedarmi quando sente qualcosa di solido in fondo alla borsa.

La riapre ed estrae il mio portachiavi.

Chiunque mi conosca sa già cosa io abbia attaccato al mio portachiavi.

“What is it? Mi chiede la poliziotta.

“A kubotan” rispondo ingenuamente io.

“And what is it a Kubotan?” replica lei.

“It’s a self defence arm” così, mi esce senza pensarci.

Quell’ultima parola, Arm, arm, arm inizia a riecheggiare in tutto l’aeroporto.

Lei mi guarda tenendo in pugno il mio stick di metallo e seria fa “You just said arm, that’s right?”.

No ma davvero ho appena detto ad un’ufficiale di polizia che stavo cercando di portare a bordo un’arma? Io che ho appena levato dai capelli due forcine di stagno da 3 cm?

“No, wait” esclamo io, cercando di spiegarle che sì, sarebbe un’arma ma che in un certo senso, inoffensiva.

Lei senza batter ciglio e tenendo sempre in pugno il mio Kubotan, prende il vassoio delle mie cose e mi chiede di seguirla, indicandomi una stanzetta dietro le sue spalle.

La maggior parte delle donne, se non tutte, vengono fermate per cremine e profumi, io no, io devo sempre distinguermi, io vengo presa, portata in una stanza, fotografata, sequestrata del passaporto e della carta d’imbarco e lasciata in attesa un’ora.

Entrano servizi segreti, due del Mossad, tre dell’intelligence olandese e persino 4 operatori ecologici e tutti hanno lo stesso sguardo: quello attraverso il quale si osserva una che voleva compiere una strage.

Credo abbiano controllato anche se avessi pagato la rata della palestra nel giugno 1999, fatto la comunione o scioperato al Liceo per la guerra del Golfo.

I primi dieci minuti riuscivo ancora ad essere sorridente, poi ho iniziato leggermente a dimostrare un certo allarmismo.

A quanto pare la procedura che avevano in mente di attuare non era come quella volta che portai una crema antisolare di 250 ml, cioè non puoi portarla a bordo e te la buttiamo via noi.

Questi di buttare via quel maledetto bastoncino non ci pensavano minimamente, questi se lo tenevano ben stretto in mano, passandoselo ripetutamente e cercando di capire se si potesse aprire, se si potesse estendere e perché no, se si potesse far esplodere.

Mentre io continuavo ossessionatamente a ripetergli “it’s simply a metal stick”.

Siccome mi piace fare la figa, la carta d’imbarco era elettronica, così mi hanno sequestrato anche il cellulare che, pensate la follia, mi sarebbe invece piaciuto avere per poter googlare “pene per trasporto di armi a bordo Olanda”, così, per passare un po’ il tempo e capire meglio se l’arancione fosse il colore usato anche per le divise nelle carceri.

E in quello stato misto tra catatonico e dead woman walking mi hanno lasciato fermentare per quasi due ore che ormai mi vedevo come nei programmi Tv portata via e processata per direttissima.

Leggevo già mentalmente i titoli sui quotidiani del giorno dopo.

” Nuovo attacco dell’Isis sventato ad Amsterdam”

“Donna italiana si finge drogata per sviare i controlli e introdurre sul volo un’arma contundente”.

” I vicini di casa dell’attentatrice dichiarano: lo sapevamo che non era una bella persona”.

Alla fine, arriva il capo e mi dice ” le è andata bene, vada”

Mi ridanno tutto, tranne ovviamente il Kubotan.

Sfilo davanti al Duty Free senza nemmeno un minimo di rimorso.

Arrivo all’imbarco e mi lascio cadere esausta sulla sedia.

Arm, arm, arm, rieccheggia ancora ovunque e addirittura sul tabellone delle partenze leggo “Departures AmsterdARM”

Che deficiente, LE MOLLETTINE oh, vacca boia e poi avevo un manganello in borsa.

Gent.issima Redazione de L’Eco di Bergamo,

vorrei portare alla Vostra attenzione un episodio accadutomi lunedi sera, il quale ritengo che oltre ad essere stato pericoloso per la mia persona, sia grave e lesivo per l’immagine della nostra città.

Per meglio spiegarvi il tutto, vi faccio una premessa.

Per presenziare ad un convegno che si è tenuto a Roma, ho scelto per la prima volta di raggiungere la capitale in treno, grazie anche a questo Treno Alta Velocità che senza cambi, mi avrebbe condotto in sole 4 ore a Roma.

Avevo previsto di coprire il tragitto casa/stazione/casa in taxi sia, mi ricordavo perfettamente che la voce registrata dicesse chiaramente che il servizio fosse offerto h24.

All’andata provo a chiamare il loro numero ma risulta staccato, scopro solo dopo essermi arrangiata in altro modo che avevano in corso un disservizio con la compagnia telefonica, va beh, mi dico, sarà per il ritorno.

Arrivo a Roma e mi godo il week end.

Lunedì sera riparto alle 18.45 da Roma e arrivo alla stazione di Bergamo alle 23.15.

Sbuco dalla porta della Stazione ma di un taxi nemmeno l’ombra.

In compenso 3 uomini mi si parano davanti offrendomi il loro “taxi”.

– ma siete tassisti? Chiedo io.

– sì, sì, tutti taxi.

– posso pagare con carta di credito?

– no, ma se non ha contanti, la portiamo ad un bancomat!

Non mi soffermo sulla descrizione dei personaggi o dei loro veicoli ma se sono arrivata viva a 41 anni è proprio perché ho evitato di accettare passaggi così nel pieno della notte.

Li congedo con una scusa e mi metto sotto il cartello taxi.

Chiamo il numero sostitutivo alle ore 23.25, un operatore mi risponde.

– Buonasera, mi serve un taxi al piazzale della stazione di Bergamo.

Lui non mi mette nemmeno in attesa e mi risponde “aspetti lì, qualcuno prima o poi arriva”.

Che strano, prendo taxi da una vita ma mai nessuno mi ha risposto così.

Di solito il centralino ti comunica la sigla del taxi e i minuti di attesa, poi nel caso volessi accettare, riagganci oppure rifiuti.

Va beh, 0 gradi, piazzale deserto, io sola con una valigia da 23 kg e tanti ma tanti samaritani che vorrebbero darmi un passaggio in macchina.

Dopo 20 minuti richiamo: solita voce, solita risposta.

Decido a mezzanotte e 20 di darmi per vinta e incamminarmi verso casa, anche perché vi assicuro che più stavo ferma lì sola, più attiravo l’attenzione.

Inoltre la voce preregistrata mi aveva avvisato che qualora il tassista non mi avesse trovato raggiunto il piazzale, avrebbe usato il mio cellulare per chiamarmi, quindi mi sono detta: se arriva, gli dico di raggiungermi al punto in cui sono arrivata.

Niente, nessuno mi ha richiamato.

Sono arrivata a casa all’1 e 20 di notte, intirizzita, stanca ma per fortuna sana ed intera.

Il giorno dopo ho scritto sulla bacheca del Radio Taxi Bergamo chiedendo spiegazioni ma soprattutto scuse: a me non è capitato nulla ma se domani capitasse a qualche ragazza?

Nessuno mi ha risposto; come al solito, l’atteggiamento di menefreghismo rimane la costante di questo servizio.

Ma qualcuno legge le 40 e oltre recensioni negative lasciate su Google, soprattutto da turisti stranieri?

Dateci un’occhiata, una vergogna per una città come Bergamo.

Mi è stato consigliato di utilizzare la prossima volta un Noleggio con Conducente ma chi mi tutela con le tariffe applicate che di certo, per 3 km e chiamata, non saranno così economiche?

Anche Uber è stato consigliato a gran voce ma, nella mia notte di ordinaria follia, trascorsa per strada trascinando una valigia, ho anche provato a scaricare l’App che non mi dava però macchine disponibili a Bergamo.

Quindi chiedo a voi, a chi ora dovrei rivolgermi per ottenere delle scuse per tutto quello che mi è accaduto o per fortuna, non accaduto?

Parlare bene non è comunicare efficacemente

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Molte persone mi chiedono se io abbia mai seguito corsi di public speaking.
No, mai.
Semplicemente perché parto del presupposto che, anche se imposti bene il tono della voce, la postura e sai gesticolare come i migliori santoni americani ma poi non sai di cosa parli, non servirà ad un fico secco.
Ho visto gente leggere le slides, non incespicare mai, snocciolare a memoria concetti e dati ma poi, lasciato il podio, non ricordarmi minimamente cosa avessero detto.
Mi è capitato a Berlino durante un seminario internazionale: mi si para davanti questo bellimbusto tirato, messo a tre quarti con voce da baritono e gesti studiati a tavolino

per combaciare perfettamente testo e corpo.
Ho passato un’ora a guardarlo ma non ad ascoltarlo.
Sapeva imbonire le folle ma non le colpiva.
Ciò che ti spiegava perfettamente comunque non ti arrivava.
L’unica cosa a cui continuavo a pensare era “ma chi ti ha ridotto così.”
Ed è la stessa sensazione che ho quando guardo i video di un altro famoso coach: voce perfetta, mimica facciale straordinaria ma niente, non mi rimangono impressi i suoi concetti.

È troppo impegnato a essere persuasivo, a rivedersi perfetto nei suoi video, ad applicare tutte quelle strambe teorie del convincimento che a me, non ci sono santi, danno un’idea alquanto pessimista e denigrante del cliente , come se fosse o fossimo tutti dei deficienti pronti ad arraffare i prodotti posti solo sullo scaffale di mezzo.

Quindi ho capito che per me, quel costruito, non avrebbe mai giovato.

Quando entri da quella porta e scorgi centinaia di persone pronte ad ascoltarti, devi solo pensare a quanto ami il tuo lavoro e a quanto desideri che quelle persone capiscano che sei lì per un preciso motivo: sei brava e non avrai problemi a dimostrarlo.

Tutto il resto lascialo fuori, la perfezione non dev’essere un tuo problema, l’essere bravi non comporta il non sbagliare mai ma il saper rimediare in molte situazioni.
Io ad esempio, sono inciampata salendo sul palco, ho staccato i fili del monitor con un piede, ho detto genitale al posto di gentile, ho chiesto sgabelli più alti perché l’alfiere pareva posizionato per Vatussi e tanti, tanti altri episodi che davanti a 300/400 persone, forse non avrei dovuto permettermi.
Ma son sempre scesa da quel palco circondata da persone che mi facevano domande e quando ti fanno domande, hanno capito.
Ho visto professori parlare per ore con platea dormiente, ammaliati solo dal sentire la loro voce, dal potere che avevano su quello scranno, completamente slegati dalla loro audience e io di certo, non finirò così.
Ho scelto di non fare la professoressa perché sapevo che l’insegnamento era uno dei mestieri più difficili, ora amo formare col cuore, amo quando mi vengono incontro e mi dicono “non credevo fosse così, lei mi ha aperto un mondo, voglio documentarmi di più”.
Torno a casa e mi dico “ il mio obiettivo l’ho raggiunto, le foto fanno schifo, potevo evitare quel pantalone e la ripetizione di quella parola ma tutto sommato, loro hanno imparato qualcosa di nuovo”.

Loro sono il mio successo, non io.

E prima di salire, sia pur per una breve presentazione davanti a pochi o un’analisi più approfondita di ore in un centro congressi, mi preparo, studio, ripasso, non do mai per scontato di sapere ciò che dirò.
Per ciò non vi dico di non fare corsi ma in primis di meritarvi quel posto da relatore.
Non andateci per caso su quel palco, perché siete i “padroni”, perché siete sponsor o solo per voglia di emergere perché fidatevi, quelli giù se ne accorgono.
Piuttosto pagate uno per farlo: ne gioverà la vostra azienda e la vostra immagine.
E capiterà sempre un imprevisto e non sarete pettinate perfettamente e l’inquadratura del fotografo non avrà pietà per le vostre rughe e il microfono o il video si bloccheranno proprio sul più bello, ma fatevi una risata con loro e andate avanti.
Gli imprevisti si dimenticano in fretta, la non padronanza del proprio argomento no, mai, perché non c’è cosa peggiore che far perdere una giornata intera a dei professionisti senza insegnar loro nulla.

 

Il cliente fedifrago nel B2B

Vi spiego come io affronto e formo i venditori quando incappano nel “cliente fedifrago”.
Mi piace sempre spiegare un problema lavorativo con un parallelismo della vita quotidiana: viene assimilato meglio e il cervello ha la possibilità di fare dei cross thinking anche quando si beve un semplice caffè al bar.
Mica è facile eh ma funziona, credetemi.
Allora, dicevo, quanti di voi che lavorano nelle vendite cicliche B2B, si trovano a dover gestire un tradimento lavorativo?
Il cliente comincia a diradare gli ordini accusando crisi economiche tremende e mancanza di richiesta improvvisa, glissa sui vari appuntamenti e magari si nega al telefono quando lo chiamate, inventandosi improvvisi impegni e promettendo di richiamarvi appena possibile, dimenticandosi poi sistematicamente di farlo.
Ecco, benvenuti nel mondo della “moglie tradita”.
Ora, avete due scelte, proprio come una moglie ha quando le nascono i primi dubbi: indagare, pedinare, ossessionare il coniuge fino alla sfinimento o far finta di nulla.
Vi dice che va a calcetto il mercoledì sera?
Bene.
Quando torna, controllate che la maglietta sia sudata o buttate tutto in lavatrice con nonchalance?
Ecco, con i clienti io prediligo la seconda opzione: lavo tutto e sorrido.
Perché non serve a nulla smascherarlo, non serve a nulla far vedere che voi siate troppo scaltri per farvi fregare così facilmente.
E smettetela anche con ‘sta storia “ma perché non me lo dice chiaramente che compra da un altro?”
Santi numi, mai visto un uomo ammettere alla moglie di frequentare altre donne?
“Sai cara, ti dico che vado ad una cena di lavoro ma in verità m’incontro in un parcheggio con una conosciuta su Facebook , buona serata anche a te!”.
Il primo che mi scrive io l’ho fatto, lo segnalo alla Neuro, giuro.

E in fondo, il vostro cliente non è un uomo come tutti gli altri?

In più, se il cliente pensasse di “avervi fregato”, vi continuerà a chiamare tranquillamente perché a lui piace tenere il piede in due scarpe, almeno all’inizio ed è solo così, con infinita pazienza e ammirevole devozione, che potrete sempre avere un minimo di situazione in mano, dimostrare col paragone in essere, di poter dar di più, di essere più preparati e persino di lanciare qualche amo promozionale che ripeschi nel rush finale il figliol prodigo smarrito lungo il percorso di casa.
Invece mi tocca sentire alcuni venditori replicare ai clienti cose orribili, tipo “eh se non mi compri più come prima, devo diminuirti lo sconto” oppure “ ah ora mi chiami? Perché l’altro non ha il prodotto?”
Malissimo!!
L’orgoglio usatelo nello spogliatoio della palestra quando avete un righello in mano, qui siate mogli devote cribbio, quindi: prendete felici il mazzo di fiori che vi arriva casualmente e senza farvi troppe domande, accettate il tempo dedicatovi nei suoi ritagli di tempo senza alcun broncio, preparategli la cena anche se arriva con due ore di ritardo, stirategli le camicie senza badare troppo alle macchie di rossetto; insomma dategli il meglio quando lui vi dà il peggio.
Solo così, semmai ci fosse una possibilità, semmai ne valeste la pena, il cliente capirà che cambiando fornitore, perderà voi.
E non esiste prezzo stracciato che valga quanto una “moglie venditore” devota e un caldo nido aziendale dove rifugiarsi nei periodi peggiori.
Fatelo divertire con le varie ventenni in giro ma fategli capire l’importanza del customer care prolungato.

Altrimenti, sbattetelo fuori di “casa”, tronfi d’orgoglio al pari del commissario Poirot Enasarco, tornate nel vostro ufficio con il vostro modulo ordini vuoto e iniziate a chattare sui social e a scrivere cazzate tipo “meglio soli piuttosto che con gente che non ti merita” e informatevi sul gattile più vicino.
Contenti voi, contenti noi di avervi tra i concorrenti.

 

Ode a Vasco Rossi (scritto post concerto)

Io a Vasco devo tre quarti della mia vita emotiva.
Dall’essermi svegliata una mattina Silvia ad essermi ritrovata in un attimo Sally.
Dall’essere diventata rossa se qualcuno mi guardava, all’essere certa che in fondo vivere è non essere mai contento.
Da quando mi fu passato il primo asciugamano, quello bianco lì sul divano al chissà quante volte hai riso tu di me.
Dal sai cosa vuol dire ciao al dimmi che non vuoi morire, che comunque è sempre sua.
Non esiste un anno della mia vita che non possa essere descritto da una canzone di Vasco, una sola che non possa togliermi le parole di bocca.
Pareva che Vasco fosse sempre lì accanto a me, pronto a buttare su un pezzo di carta e a musicare la mia vita, i miei dolori e le mie prese di coscienza.
Lui cantava ed io confermavo, tutto, sempre.
Poi gli anni passano ed i ricordi svaniscono e le abitudini cambiano ma bastava un passaggio veloce in radio affinché io mi ritrovassi ancora sola dentro una stanza e tutto il mondo fuori.
Capisco poco le vostre polemiche, perché non posso credere che quelli della mia generazione non abbiano mai sentito Vasco come un narratore delle nostre vite, come la ballerina che danzava nel portagioie, il mercurio cromo sulle ginocchia sbucciate, i ciucci appesi allo zaino, la Smemo piena zeppa di foto dei Take That, i biglietti strappati dei concerti, la foto tessera del fidanzato nel borsellino e le polaroid sfocate dell’ultimo dell’anno nel capannone gelido.

Ecco, Vasco è tutto questo ma in una sola persona, in un’unica e gigantesca raccolta di canzoni, una sorta di appunti biografici messi in musica.
Forse per alcuni è un’icona che esorta al vivere in modo spericolato ma per me Vasco è il miglior amico che c’è sempre stato, che sa cosa ho passato e quanto ho lottato.

Ed ora che di candeline sulla torta ne ho ben 25 più di Gabry, mi ritrovo a rappresentare una donna che può benissimo essere un misto di una Jenny più moderata, una Sally meno afflitta e una Giulia che si prende ancora la vita che vuole, che quando guarda fuori dalla finestra, la sera, nel silenzio del sonno altrui, le viene naturale intonare “e la vita continua anche senza di noi che siamo lontani oramai”
E anche se per voi tutto ciò che ho scritto non ha un senso, non vi preoccupate perché tanto, domani, arriverà lo stesso.

Vasco per me è stato, è e sarà sempre Vasco Rossi, imparagonabile, la mia ballerina col tutù rosa che gira ancora elegante sulle note del lago dei cigni, il mio walkman con le batterie scariche e la strofa rallentata di “ma come non lo vedi sei te”, il mio primo bacio, l’amore ricambiato, sperato, sognato, finito e l’inaspettato, potente e bellissimo nuovo inizio.
Eh già, sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua.

Host Management da 110 e lode 

Quando la carriera accademica si schianta contro la realtà.

L’altro giorno noto che mi sono localizzata in 313 luoghi differenti negli ultimi anni.

A questi luoghi, più o meno, corrispondono soggiorni in hotel.

Ho ormai accumulato tanti di quei punti in tripadvisor che potrei essere tranquillamente nominata loro Ceo ad honorem.

Comunque, non lascio quasi mai recensioni agli hotel, un po’ per pigrizia un po’ perché si sa, le recensioni scritte sono quasi sempre negative.

Se ti trovi bene, trovi un hotel ben gestito ed un buon rapporto prezzo/qualità al massimo lasci un punteggio senza commenti.

E così ho fatto una settimana fa con un hotel a Foiano della Chiana in cui ho soggiornato a fine settembre.
Ho lasciato blank nei commenti e ho attribuito buono con una media del 7.5.

Ricordatevi questo score.

Tranquilla, dopo aver cliccato invia, sono tornata alla mia vita normale.

Stamattina alle 8 mi arriva un’email dalla direzione di quell’hotel.

Faccio una premessa: in quell’hotel sono arrivata alle 10 di sera dopo aver fatto velocemente la prenotazione col cellulare 20 minuti prima in funzione “localizza l’hotel più vicino”.

È un terno al lotto lo so, ma avevo tutto scarico, era tardi e mi stavo perdendo nelle campagne toscane, incantevoli per carità, ma teatro di episodi poco piacevoli fino a qualche decennio fa.

Quando stai messa così, anche una branda alla Caritas andrebbe bene.

Tempo 5 minuti dal pagamento, mi chiama una ragazza dell’hotel.

Soliti convenevoli del caso, mi avvisa che la reception chiuderà alle 22.00.

Va bene, affretterò il passo.

Mi avvisa pure che l’hotel si trova in pieno centro storico, sotto il campanile di quel paesino sperduto di 1000 anime.

Va bene, mi piglierò una multa.

Aggiunge anche di parcheggiare accanto alla porta di entrata della Chiesa che tanto la Messa si celebrerà solo alle 10 del mattino successivo.

Va bene, però c’era scritto che era dotato di parcheggio.
Il tempo di concludere la telefonata di avvisi e arrivo davanti al campanile, arrampicandomi su stradine larghe quanto un girello e schivando anziani toscani dalla bestemmia facile.

Bel posto medioevale, un cameo antico nello scenario moderno, nulla da dire se vuoi scappare dallo smog e della civiltà.

Certo, non il massimo per me che viaggio per lavoro e prediligo hotel con reception h24, parcheggio comodo e rapidità di collegamento con le principali autostrade.

Infatti appena entro mi viene spiegato che si tratta di un hotel ricavato da un vecchio convento.

Camere a tema, storie importanti dietro ad ogni camera e gestione famigliare da decenni.

Tutto molto interessante e spiegato per filo e per segno da questa ragazza, se non fosse che sono stanca morta e a lei, a quanto pare, interessa poco.

È una ragazza ‘strana’, lo capisco subito.

Molto preparata, troppo azzarderei.

Ci tiene a creare un rapporto con me mentre io ci terrei molto a dormire.

Non contenta dei suoi 15 minuti di pappardella, mi accompagna in camera e mi spiega il tema che mi ha riservato: un famoso compositore lirico che pare abbia soggiornato proprio in quella matrimoniale.

Al primo accenno di vita del compositore, le chiudo la porta in faccia.

Capisco tutto, ma la zelante alle 11 di sera dopo 700 km no, il Big Ben ha detto stop.

Mi affretto ad infilarmi a letto, sormontata da un quadro gigante del compositore con sotto un lumino che rendeva il tutto un po’ inquietante, quando mi scappa l’occhio sulla scrivania.

È un papiro di 5 pagine che spiega come questa ragazza che si sta per laureare in Host Management ( accoglienza ospiti) vorrebbe che IO compilassi, all’incirca 70 “veloci” domande per aiutarla nella sua tesi.

Preferisco di gran lunga che l’anima del compositore mi tiri i piedi di notte e mi faccia lievitare per tutte le colline toscane piuttosto che passare insonne la notte a rispondere “velocemente”.

Ve lo dicevo che era strana, invece era solo indottrinata.

La mattina scendo a fare colazione e me la ritrovo sempre lì: pronta a spiegarmi gli ingredienti del croissant e la vista che si può godere addentando un pane nero croccante fatto solo con ingredienti a km zero.

Fantastico davvero, ma mollami.

Sei brava, mi ha commosso, sarai l’orgoglio di mamma e papà ma ora stai 10 minuti zitta!

Mangio pizze surgelate e addensanti come se fossero Galatine e la vista mi fa pensare a 20 minuti persi prima di arrivare in A1.

Non glielo avessi detto che mi trovavo di passaggio per lavoro, non mi fossi dichiarata totalmente atea e non mi fossi presentata sola alle 10 di sera dicendo “voglio solo dormire” ci potrebbe stare.

Ma io ho le mie amiche, non me ne servono altre.

Ho le mie idee in merito a posti incantati e piacevoli soggiorni.

Saluto il compositore e la Manager dell’accudimento clienti e riparto.

Dimenticata l’esperienza, mi arriva la Sua email.

C’è rimasta male perché ho dato un voto sufficiente.

Non la manda giù che non le ho dato Il 110 con lode.

Mi ha addirittura scritto questo:
Buongiorno, grazie per aver scelto il nostro Hotel.

Abbiamo ricevuto il punteggio che lei gentilmente ci ha valutato. Al fine di capire le nostre possibili mancanze, le chiedo cortesemente di poter spiegare il perché di un punteggio sufficiente da noi difficilmente ricevuto. Le è stata data una matrimoniale che forse non e stata di suo gradimento e ci dispiace molto pensavamo di farle cosa gradita. L’Hotel come già spiegato è un vecchio convento del 1.400 e le camere erano le antiche celle dei frati, quindi riadattate nei limiti del possibile, visto che essendoci le belle arti non si potevano far diventare tutte delle suite.

Le auguro comunque una buona giornata Spero di riaverla come opsite ( vedi che la veemenza ti frega? N.d.a.) presso di noi da poter cosi rimediare. Cordiali Saluti La direzione.
Ma te non stai bene eh….

Sei una stalker, non una guest manager.

Ti ho dato 7,5, ma dimmi te se mi devi cazziare!!

E secondo te, io ci torno pure?

Così oltre alla pappardella che a te piace ripetere e al questionario velocissimo che a te serve, la prossima volta mi tieni in piedi alla reception un’ora per farmi la ramanzina di persona?

Piuttosto la branda alla Caritas con accanto il vasino per la notte.
Che io povera donnina di periferia, abituata ai vecchi atenei dove ti veniva insegnato che la comunicazione fosse sì basilare ma mai da diventare ossessione, dove fior fiore di docenti ti invitavano più ad ascoltare gli altri che te stessa, dove la favella era importante ma l’occhio e l’elaborazione delle reazioni fisiche del ricevente alle tue parole dovevano prevaricare sul corrotto pensiero di ciò che per te fosse il meglio e tante altre bazzecole che paiono non interessare più a nessuno insegnare, rimango esterefatta da come una che dovrebbe diventare il meglio sul mercato per noi ospiti, non allaccia manco la scarpa destra ad un vecchio gestore di hotel romagnolo.
Smettetela di studiare come automi che prima forse avevamo troppi ignoranti ma almeno erano simpatici!

Ora parete degli sbruffoni, dei signori so tutto io quando in realtà, non sapete un millesimo di come si faccia questo o altri lavori, perché noto che la generazione di neolaureati abbia un velato piglio dell’essere ormai arrivati, come se fossimo noi a dover imparare da loro e magari solo perché loro hanno fatto il Master col nome inglese pagato coi soldi del papà muratore.

Quindi, di logica, senza il muratore che si spacca la schiena e sgancia il grano, tu saresti il signor nessuno, ti sia chiaro eh.
Tornate a fare le stagioni in Riviera, tornate a lavorare gratis da chi quel lavoro l’ha imparato davvero, sfamando famiglie per anni e soprattutto, non imparate a gestire un cliente in una fredda aula accademica senza aver mai fatto nemmeno una bancarella dei vostri giochi usati sulla strada di casa.