Ode a Vasco Rossi (scritto post concerto)

Io a Vasco devo tre quarti della mia vita emotiva.
Dall’essermi svegliata una mattina Silvia ad essermi ritrovata in un attimo Sally.
Dall’essere diventata rossa se qualcuno mi guardava, all’essere certa che in fondo vivere è non essere mai contento.
Da quando mi fu passato il primo asciugamano, quello bianco lì sul divano al chissà quante volte hai riso tu di me.
Dal sai cosa vuol dire ciao al dimmi che non vuoi morire, che comunque è sempre sua.
Non esiste un anno della mia vita che non possa essere descritto da una canzone di Vasco, una sola che non possa togliermi le parole di bocca.
Pareva che Vasco fosse sempre lì accanto a me, pronto a buttare su un pezzo di carta e a musicare la mia vita, i miei dolori e le mie prese di coscienza.
Lui cantava ed io confermavo, tutto, sempre.
Poi gli anni passano ed i ricordi svaniscono e le abitudini cambiano ma bastava un passaggio veloce in radio affinché io mi ritrovassi ancora sola dentro una stanza e tutto il mondo fuori.
Capisco poco le vostre polemiche, perché non posso credere che quelli della mia generazione non abbiano mai sentito Vasco come un narratore delle nostre vite, come la ballerina che danzava nel portagioie, il mercurio cromo sulle ginocchia sbucciate, i ciucci appesi allo zaino, la Smemo piena zeppa di foto dei Take That, i biglietti strappati dei concerti, la foto tessera del fidanzato nel borsellino e le polaroid sfocate dell’ultimo dell’anno nel capannone gelido.

Ecco, Vasco è tutto questo ma in una sola persona, in un’unica e gigantesca raccolta di canzoni, una sorta di appunti biografici messi in musica.
Forse per alcuni è un’icona che esorta al vivere in modo spericolato ma per me Vasco è il miglior amico che c’è sempre stato, che sa cosa ho passato e quanto ho lottato.

Ed ora che di candeline sulla torta ne ho ben 25 più di Gabry, mi ritrovo a rappresentare una donna che può benissimo essere un misto di una Jenny più moderata, una Sally meno afflitta e una Giulia che si prende ancora la vita che vuole, che quando guarda fuori dalla finestra, la sera, nel silenzio del sonno altrui, le viene naturale intonare “e la vita continua anche senza di noi che siamo lontani oramai”
E anche se per voi tutto ciò che ho scritto non ha un senso, non vi preoccupate perché tanto, domani, arriverà lo stesso.

Vasco per me è stato, è e sarà sempre Vasco Rossi, imparagonabile, la mia ballerina col tutù rosa che gira ancora elegante sulle note del lago dei cigni, il mio walkman con le batterie scariche e la strofa rallentata di “ma come non lo vedi sei te”, il mio primo bacio, l’amore ricambiato, sperato, sognato, finito e l’inaspettato, potente e bellissimo nuovo inizio.
Eh già, sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua.

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