Once upon a time….

Gli insetti venivano schiacciati al muro con la ciabatta, non presi delicatamente col fazzoletto a 4 veli ed invitati a spiccare il volo dalla finestra;
I pesciolini rossi vinti alla fiera non facevano nemmeno in tempo a galleggiare nella brocca che erano già nel water con annesso sciacquone premuto;
I cani, compagni di vita, venivano sepolti nel giardino condominiale e senza tanti fronzoli, ci mettevi sopra due fiorellini e ricominciavi a giocarci a pallone accanto, nessun trattamento psichiatrico infantile di elaborazione del lutto o storie assurde come “è partito per la legione straniera” .
La sera alle otto si guardava il telegiornale…ma, me mi, niente.
L’adulto decideva ed il bambino aspettava il suo turno.
A scuola si andava da soli a piedi e se pioveva quando uscivi, amen, la pioggia non ha mai ucciso nessuno e poi ci sono i portici, cammina lì sotto.
Se litigavi con un amichetto te la risolvevi da solo, mica chiamavi le mamme per questuare su una corretta gestione dei rapporti intrapersonali infantili. Sticcazzi, fate a botte e non rovinare la tuta nuova altrimenti quando torni a casa, ti ammazzo io.
La festicciola del compleanno la facevi con 4 amichetti in cucina, mica all’Hilton con sedie a platea e Paris che ti canta “happy birthday”.
Il regalino all’amichetta era un timbro di Poochie, un set di matite colorate, un pupazzetto o un robot, tutto al massimo con un budget di 10/15 mila lire. Non strisciavi carte oro della Visa o pagavi cene a base di pesce.
Il cane dorme fuori nella cuccia e se proprio lo vuoi in casa, non dorme sul letto, se vuoi dormirci assieme, mettiti sul tappeto con lui.
A Santa Lucia i regali non si sceglievano, al massimo si davano degli indizi, ma non ci si aspettava per forza fossero quelli.
Se dovevi tornare alle 10, significavano le 9.30 non le 10 e 05 altrimenti la sera dopo rimanevi in casa.
Cazzi miei a mia madre credo che nemmeno potessi pensarlo, figurati dirlo.
Certo avrei anche potuto diglielo, ma non avrei poi potuto raccontarlo a nessuno.
La parrucchiera te la pagavano per la prima comunione, cresima o il funerale di qualcuno, per tutto il resto non c’era bisogno.
Che scuola scegliere a 14 anni non era una una scelta che contemplasse la mia opinione.
Stamattina non vado a scuola, doveva forzatamente essere seguito da “ho 40 di febbre e vomito ogni 5 minuti”… Senza vomito già era dura…
I brutti voti prevedevano in sequenza: urli, e ceffoni a cinque dita con la madre e poi la sera, al ritorno, un ripassino pure dal padre che male non fa.
Anche solo immaginarmi seduta a discuterne su un divano con i miei che amorevolmente mi chiedono “Elena, raccontaci di questo 4, cosa accade?” mi mette i brividi, no, meglio io che corro intorno al tavolo e loro che cercano di picchiarmi in qualche modo, lo vedo meno psicotico della prima opzione.
Tatuaggi, birre, sigarette, limonate promiscue, discoteche a 100 km, minigonne inguinali, le 4 di mattina manco adesso, se glielo chiedessi, mi direbbe di sì.
Lo psicologo non è mai servito a nessuno, probabilmente perché era un trauma dopo l’altro ed infine, messi tutti assieme, ti pareva fosse tutto nella norma.
Ora, io dico, almeno il 90% dei genitori odierni ha passato la stessa mia infanzia e mi pare che tutto sommato, non sia stata così malaccio.
Non ci trasciniamo anni di alcolismo o di sedute psicoanalitiche per risolvere traumi infantili o dimenticare pesciolini rossi scaricati col wc net.
Che vi è preso per trasformarvi in amiconi e crescere sti piccoli Kapò, viziati e totalmente liberi di fare quello che vogliono?

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