Il senso della vita quando si è ancora qui

Due anni fa, sembrava che tutto stesse per finire.
Grazie ad un errato calcolo o meglio ad una errata interpretazione del calendario Maya, tutti rimasero per qualche ora col fiato sospeso.
Certo, i meno creduloni continuarono imperterriti a sbugiardare chiunque volesse instillare almeno un po’ di dubbio nelle loro menti pragmatiche, sostenendo che i Maya come Nostradamus non ne avessero mai azzeccata una dai secoli che furono.
Certo è che tutti almeno un po’ pensarono a sta cosa come se fosse vera.
Quindi ci ritrovammo a chiederci se convenisse comprare yogurt con scadenza il 27 dicembre, se quel giorno, forse non valesse la pena di stare vicini ai propri cari per non ritrovarci poi col rimpianto di non averlo fatto, se forse, certo sempre non credendoci sia chiaro, si potesse costruire qualcosa di così solido da poter, in caso fortuito, trovare riparo in caso di fine del mondo.
Non era ben chiaro cosa significasse fine del mondo, se sarebbe avvenuto con un meteorite, un uragano o un terremoto e se anche ci fossimo salvati da questa apocalisse, che vantaggio avrebbe avuto rimanere gli unici vivi.
Comunque io quel 21 Dicembre me lo ricordo bene.
La mattina andai in ufficio e mi ricordo che le ragazze mi guardarono come se fossi una pazza: alle ore 11.00 sarebbe finito il mondo ed io ero li??
Durante il viaggio, mi ascoltai la radio con gente che telefonava e chiedeva l’ora esatta della profezia, cercando probabilmente un orario fattibile con gli impegni ma che soprattutto fosse stato il prima possibile, cosicché da passare il resto della giornata ridendoci sopra.
Molti dissero appunto alle 11.00, altri alle 14 e qualche sparuto e rompiballe esperto sostenne le 17.00 giusto per tenere alto il climax del giorno.
Comunque, arrivati ormai alle 18.00 si poté finalmente dire che era una cazzata.
Eravamo tutti lì, sani e vegeti e purtroppo con tutti i mutui ed i debiti da pagare fino alla fine naturale dei nostri giorni.
C’era un clima sollevato, la gente per strada si scambiava i saluti ironizzando perché ovviamente non ci avevamo mai creduto, però, insomma, meglio così.
Quindi quel giorno, riprendo la mia macchina ed in serata mi avvio verso casa.
In autostrada guardavo gli automobilisti attraverso i finestrini: sorridenti, rilassati che si scambiavano sguardo come per dire “io non ci ho mai creduto “.
Alla radio passavano sempre le telefonate di chi voleva rallegrarsi per questo mancato evento e cominciare a formulare altre date di teorica fine del mondo, stavolta molto più lontane nel tempo come a dire beh ormai chi se ne frega, non sarà più un nostro problema.
Poi, erano circa le 19.00, cominciammo a rallentare e le macchine davanti a me ad azionare le 4 frecce fino a fermarsi del tutto.
Pensai ad una normale colonna formatasi per il solito venerdì fuori porta, magari aggiungendo pure i vacanzieri del Natale e i felici sopravvissuti.
Invece no.
Sfilai lentamente vicino ad una macchina ribaltata e sull’asfalto, un corpo coperto da un telo di fortuna.
In quel momento mi sentii davvero male.
Non perché non fossi abituata purtroppo ad assistere a brutti incidenti; chi guida molto come me sa che almeno un paio di volte a settimana ci si gira dall’altra parte per rispetto o per non vedere ciò che domani potrebbe capitare a te.
No stavolta era davvero diverso.
In una frazione di secondo ho pensato alla giornata di quell’uomo, a come avesse, quanto noi, riso oppure tremato all’idea di non rivedere più la sua famiglia, a come avesse chiamato la moglie alle 17 per riderci su e organizzare come ogni anno il Natale in famiglia, magari sbuffando perché
la suocera avesse deciso di venire a trovarli una decina di giorni.
Questa consapevolezza di quanto a volte si dia per scontato esserci domani o tra un’ora, la boria di crederci sempre padroni del nostro tempo, la presunzione di poter pianificare tutto era stesa lì assieme a lui.
L’ironia di aver avuto paura di perdere la vita, rallegrarsi di averla ancora e perderla poco dopo per un banale incidente.
L’altra ora di viaggio rimasto, la passai in totale silenzio, ripercorrendo mentalmente le tappe dei miei anni e sperando che in qualche modo, quella giornata mi rimanesse quale insegnamento per ogni volta che mi crederò tanto stupida da poter gestire il destino, da non vedere le occasioni dell’oggi per coglierle di sicuro domani e per concedere i miei giorni a persone che non mi aiutano ad essere una persona migliore.
Capirete il perché mi paia brutto fare gli auguri prima e perché non sto rispondendo ai vostri messaggi di Felice anno nuovo, diciamo che è una forma di scaramanzia o solo un voler assaporare le cose passo per passo smettendola di dare per scontato sempre tutto.

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